La nuova narrativa? Narcisista

 Ci incontriamo ai piani alti del nuovo grattacielo Random House, tra la Broadway e la 56a, dove l’81enne Toni Morrison, leonina e regale come sempre, è stata appena informata della sparatoria ad Oakland, dove un ex studente coreano ha aperto il fuoco in un’università cattolica, uccidendo sette persone. Anche la sua ultima fatica, Home, in uscita l’8 maggio da Knopf (da noi sarà pubblicata a settembre da Frassinelli, suo storico editore italiano) ha tra i temi la Corea.

Il libro racconta la storia di Frank Money, un veterano della guerra di Corea, che dopo l’esperienza traumatica al fronte rimpatria in un’America povera e razzista come quella da cui era fuggito. Il suo unico legame col paese natale di Lotus, in Georgia («il più cattivo luogo al mondo, molto peggio di qualsiasi campo di battaglia») è la sorella minore Cee, la cui vita è appesa a un filo a causa dei sadici esperimenti di eugenetica condotti in quegli anni su migliaia di americani ignari.

Già acclamato come «un capolavoro» dai critici, in sole 160 pagine Home riesce a esplorare temi complessi come il razzismo, la guerra, gli abusi della scienza, la famiglia, l’amicizia, l’onore, la depressione e la morte. «Mi interessava approfondire gli anni 50 — racconta l’autrice, Premio Nobel per la Letteratura nel 1993 —, un periodo che molti continuano erroneamente a considerare il dolce e spensierato El Dorado del technicolor e di Doris Day ma che in realtà ci ha dato la guerra di Corea, allora ipocritamente ribattezzata “azione di polizia”, il maccartismo e gli esperimenti segreti su poveri, neri, soldati, detenuti e pazienti psichiatrici. Per non parlare del bestiale assassinio in Mississippi del 14enne Emmett Till, nel 1955, reo di aver flirtato con una bianca. Tutti eventi spartiacque che gettarono le basi per la rivoluzione degli anni 60 e 70».

È stato difficile calarsi nella mente e nel cuore di Frank Money, un uomo?

«Ci avevo già provato, con difficoltà, in Canto di Salomone, nel 1977. Questa volta volevo scavare il mio personaggio dal di dentro, non osservarlo e giudicarlo da fuori, un po’ come fanno gli attori quando si trasfigurano sul palcoscenico. Frank e Cee non sono ispirati a persone vere. In tanti anni di scrittura, non mi ha mai interessato raccontare fatti e persone del nostro mondo reale. In Home mi pongo soprattutto domande: a quale patria appartieni, dove sei un cittadino e in quale luogo sei protetto se la tua vita è in pericolo nel tuo stesso Paese?».

Alla fine i suoi protagonisti trovano le risposte che cercavano attraverso una redenzione molto sofferta.

«Pochi si rendono conto di quanto dura sia la scorza degli afro-americani e quanto grande la loro capacità di amare: nonostante i linciaggi e le persecuzioni non ci siamo mai arresi. Anche per questo l’America moderna è figlia del nostro sangue. E non parlo solo di musica, stile e linguaggio ma soprattutto dell’ethos così americano che impone alla nazione di non capitolare mai».

Come spiega il conformismo degli anni 50?

«Dopo i sacrifici della guerra sopraggiunse l’era dell’abbondanza. Dalla ricchezza degli anni post-guerra hanno finito per trarre beneficio tutti, inclusi i braccianti non specializzati come mio padre, un tempo disoccupati cronici, che trovarono lavoro. La cosiddetta “Pax Americana” ci permetteva di essere generosi anche col resto del mondo e noi tutti ci siamo cascati, diventando consumatori sfrenati. Ci sono voluti 20 anni per svegliarci».

In un’intervista al «Corriere» Jonathan Franzen ha affermato che la nostra era iper-tecnologica è altrettanto conformista.

«Mi trovo sempre d’accordo con Franzen, di cui amo i romanzi e il modo di pensare. Neppure io sono su Facebook e Twitter, la mancanza di privacy mi fa inorridire. Sui social media oggi non corre assolutamente nulla di culturalmente e socialmente rilevante, ma solo fiumane oceaniche di gossip personali, blurb stupidi, slang effimeri. In altre parole: è un universo fermo dove non succede mai nulla. Da che mondo è mondo la scrittura richiede solitudine e concentrazione. Per quanto mi riguarda scrivo ancora tutti i miei libri a matita su un bloc notes giallo e solo alla fine li trascrivo al computer».

Nelle sue opere e nei suoi corsi alla Princeton University, lei ha sempre difeso le ragioni della fiction.

«Proprio per questo motivo ho annullato il progetto per un’autobiografia che il mio editore mi chiedeva da anni. Quando scrivo voglio cimentarmi con l’ignoto, l’immaginazione, l’invenzione. Conosco già la mia vita, o almeno ciò che ricordo di essa, e non mi interessa raccontarla. Mi creda: l’attuale boom dei memoir è spinto dagli editori per motivi commerciali. Un autore arriva a questo genere quando non ha più nulla di creativo da dire visto che la fiction è più difficile e richiede intuito e saggezza. Purtroppo viviamo in una società voyeuristica e frammentaria dove tutti si spogliano in pubblico. Il corrispettivo letterario dei reality show».

Qual è stato l’ultimo memoir interessante che ha letto?

«Non ricordo. Preferisco le biografie, come le Memorie della Corte del Re Sole del duca Louis de Rouvroy de Saint-Simon. Il più bel libro che ho letto quest’anno è Il Cimitero di Praga di Umberto Eco che però mi ha lasciata ko per la sua difficoltà e complessità strutturale. Mi è piaciuto molto anche Il Sangue dei fiori di Anita Amirrezvani sulla Persia antica: l’ho letto d’un fiato come avevo fatto con Wolf Hall di Hilary Mantel. Sto aspettando con ansia l’uscita del terzo volume dello straordinario Robert Caro su Lyndon Johnson e voglio leggere i racconti brevi di DeLillo, uno dei nostri autori più interessanti e originali».

Che cosa non le è piaciuto leggere di recente?

«Ho sempre amato le opere di Joan Didion ma non mi è piaciuta l’ultima, Blue Nights, dove parla solo di se stessa. Ho trovato intrigante Il Complotto contro l’America di Philip Roth ma i suoi recenti libri cimiteriali mi deprimono. Giudico bravissima Edwidge Danticat ma non sopporto la “Chick Lit” firmata da scrittrici bianche e nere che parlano solo dei loro fidanzati. Non ho letto Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, un’opera godibilissima, mi dicono, ma destinata al dimenticatoio».

Pensa che i premi letterari stiano cambiando?

«Non saprei, visto che non li seguo. È la letteratura contemporanea che sta cambiando in senso egocentrico e narcisista. Un tempo la gente scriveva per superare l’io ed esplorare la cultura, l’anima e Dio. Ci sono ancora i DeLillo per fortuna, ma sono pochi. Forse è colpa della frammentarietà dell’informazione: tutti sono così insoddisfatti, bisognosi e piagnucolosi. Nessuno ha pazienza, nulla basta e alla fine non esiste più il senso del trionfo e del riscatto finale. Non aiuta il fatto che siamo stati condizionati a credere che il materialismo è la soluzione a ogni nostro male, morale e sociale».

Da quando ha iniziato a scrivere è cambiato l’atteggiamento nei confronti della letteratura afroamericana?

«Abbiamo fatto passi da gigante. Quando lavoravo come editor alla Knopf, negli anni 60, se pubblicavamo lavori di poeti, romanzieri e storici afroamericani il “New York Times” li recensiva tutti insieme, in un unico blocco onnicomprensivo, anche se erano diversissimi tra loro. Più tardi alcuni scrittori afroamericani hanno preferito essere raggruppati in libreria sotto la dicitura “black literature”. Sin dall’inizio io ho voluto invece essere inclusa secondo un criterio alfabetico, accanto agli scrittori il cui cognome iniziava con la M, come una Kathryn Stockett qualsiasi»

 Le è piaciuto il libro della Stockett «L’aiuto»?

«Molto. Poteva essere stato scritto da una nera, tanto il suo linguaggio è fedele e vero. Ho amato anche Al calore di soli lontani di Isabel Wilkerson, che mi ha fatto rivivere la mia prima trasferta nel sud segregato, a metà degli anni 50, insieme ad altri nove studenti universitari e tre docenti. Quando ci fermavamo nei motel che avevamo prenotato non appena ci vedevano le porte si chiudevano, costringendoci a telefonare alla locale chiesa nera dove il pastore trovava dei fedeli disposti a ospitarci».

Prova ancora rancore nel pensare a quei giorni?

«Neanche un po’. Non ho mai guardato il mondo con gli occhi usati da quei bianchi per guardare me e loro stessi. Per questo scrivo come scrivo. Oggi mi è tutto più facile di quando ero giovane, forse perché adesso ho un nome. Sto scrivendo un nuovo libro ambientato nel presente e sono felice di riuscire ancora a scrivere, perché altrimenti non so proprio cosa farei. Ma non sono una stacanovista e anzi posso essere molto pigra e indulgente con me stessa. Oggi non cucino più: l’ho fatto tre volte al giorno per sessant’anni. Mi basta».

Alessandra Farkas

Fonte: Corriere della Sera

April 11th, 2012

Addio ad Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi si è spento a Lisbona all’età di 68 anni. Era malato di cancro. Tra le sue opere più famose ricordiamo Notturno indiano, Sostiene Pereira e Requiem. Citando la moglie dello scrittore, Maria Josè Lancastre, l’agenzia portoghese Lusa riferisce che Tabucchi era ricoverato all’Hospital da Cruz Vermelha e che i funerali si terranno giovedì nella capitale lusitana.

Tabucchi era nato a Pisa il 23 settembre del 1943. Da universitario, negli anni Sessanta, viaggiò molto per l’Europa e fu in quel periodo, durante un soggiorno a Lisbona, che nacque la sua passione per quel Paese e per la sua cultura. Una passione che lo portò a diventare il più grande critico e traduttore di Fernando Pessoa.

Il suo primo libro, Piazza d’Italia, fu pubblicato nel 1975 da Bompiani. L’ultimo, Racconti con figure, è uscito l’anno scorso da Sellerio. I suoi romanzi e saggi sono stati tradotti in 40 lingue. Nel corso della sua lunga carriera Tabucchi ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra i quali il premio francese “Médicis étranger” per Notturno indiano e Campiello per Sostiene Pereira. Alcuni dei suoi romanzi sono stati portati sullo schermo da registi italiani e stranieri (Roberto Faenza, Alain Corneau, Alain Tanner, Fernando Lopes) o sulla scena da noti registi teatrali (Giorgio Strehler e Didier Bezace fra gli altri).

Ma Tabucchi non è stato soltanto un letterato.

Appassionato di politica e brillante polemista, non si è mai sottratto al confronto di idee e posizioni, anche dalle colonne di Repubblica. Il suo nome divenne noto al grande pubblico con Sostiene Pereira, del 1994: il romanzo è ambientato a Lisbona durante la dittatura di Salazar e narra le vicende di un giornalista obeso e cattolico che, dopo le avventure avute con il rivoluzionario di origini italiane Monteiro Rossi, diventa antifascista. Un anno uscì in Italia il film tratto dal romanzo, diretto da Roberto Faenza, con Marcello Mastroianni nei panni di Pereira. Era l’epoca della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e durante la campagna elettorale il personaggio di Tabucchi fu un simbolo dell’opposizione al Cavaliere, della lotta per la libertà di informazione. 

Per molto tempo, a partire dal 1973, Tabucchi ha insegnato lingua e letteratura portoghese. E così amava definirsi, “un professore universitario”, sostenendo che per lui la scrittura non era una professione, “ma qualcosa che coinvolge i desideri, i sogni e la fantasia”.

A Piazza d’Italia seguirono varie raccolte di racconti, tra cui Il gioco del rovescio (1981) e Piccoli equivoci senza importanza (1985). Ma il genere che gli era più congeniale era il romanzo breve, che gli procurò successo e fama in Italia e all’estero. Il primo ad aver fortuna a livello internazionale fu Requiem (1992), scritto in portoghese e poi tradotto in italiano.

L’impegno civile e l’alone di mistero che pervadono lo stile di Tabucchi furono confermati in La testa perduta di Damasceno Monteiro (1996) e soprattutto nel romanzo epistolare Si sta facendo sempre più tardi (2001).

Fonte: La Repubblica

March 25th, 2012

Fakhra Younas - Il volto cancellato

“Faceva un caldo terribile quella mattina di maggio di Karachi. Improvvisamente sentii un caldo come non avevo mai provato. E non vedevo più, non riuscivo ad aprire gli occhi che mi si erano tremendamente gonfiati. Mi rendevo conto che era successo qualcosa di terribile, ma non sapevo che quello che aveva sciolto i miei vestiti e che ora mi stava mangiando il viso, il petto, le braccia era l’acido.”

Quella di Fakhra è una storia estrema e tragicamente diffusa. Quando è arrivata in Italia dal Pakistan per farsi curare, aveva la faccia deturpata e il collo talmente rattrappito dalle cicatrizzazioni da non consentirle più di alzare la testa. Suo marito aveva deciso di sfogare la propria gelosia e la propria rabbia sfigurandola con dell’acido.
Il libro è la storia della vita, del dramma e della rinascita di una donna. L’infanzia difficile, il lavoro ammirato e biasimato di ballerina, gli innamoramenti, le delusioni, il matrimonio con il figlio di un importante uomo politico. Fino alla violenza dell’acido, le lunghe degenze, la lenta ricostruzione esteriore e interiore, il ritorno a una vita normale.
Pagine che rappresentano un importante documento di denuncia, un coinvolgente viaggio nei costumi e nelle tradizioni di un paese lontano, ma anche e soprattutto una vicenda simbolo. Nella storia di Fakhra c’è infatti quella di tutte le donne umiliate, offese, sopraffatte dall’ignoranza e dalla prepotenza degli uomini. Ma tenaci e capaci di trovare la forza per risorgere e tornare a camminare a testa alta.

 

 

 

 

Editore: Mondadori

 

 

 

Prezzo: 16.00 €

Fakhra Younas sabato scorso ha deciso di togliersi la vita gettandosi dal sesto piano di un edificio di Via Segre (Torpignattara, Roma) .

March 24th, 2012

ciao Tonino

«L’ottimismo è il sapore della vita!»

Tonino Guerra aveva 92 anni , poeta e sceneggiatore ,  collaboratore di tanti grandi registi, da Fellini a Antonioni, da Rosi ai fratelli Taviani.

Guerra realizzò anche numerose installazioni, la più famosa “L’albero della memoria”, a Forlì nei Giardini Orselli.

E poi le sue poesie:

La farfalla

Contento, proprio contento
sono stato molte volte nella vita
ma più di tutte quando
mi hanno liberato in Germania
che mi sono messo a guardare una farfalla
senza la voglia di mangiarla.
 

L’aria
L’aria l’e cla roba lizira
che sta dalonda la tu testa
e la dventa piò céra quand che t’roid

L’aria è quella cosa leggera,
che sta intorno alla tua testa
e diventa più chiara quando ridi.

 

Amarcord

Lo so, lo so, lo so
che un uomo, a 50 anni,
ha sempre le mani pulite
e io me le lavo due o tre volte al giorno
ma è quando mi vedo le mani sporche
che io mi ricordo di quando
ero ragazzo

Tonino Guerra è morto nella  Giornata mondiale della Poesia.

Un  uomo di cultura, un uomo  ricco di umanità.

“Lei sa… un artista guarda sempre verso l’infanzia. Io sostengo che noi mangiamo la nostra infanzia. Se per trent’anni ho mangiato gli involtini di mia mamma questo è una droga: sono i migliori involtini del mondo; come lo spaghetti che mangiavo i venerdì; come il salame… Noi siamo legati a cose così remote.”

E facciamo nostro un suo aforisma:

Non è vero che uno più uno fa sempre due; una goccia più una goccia fa una goccia più grande.

ciao Tonino , grazie per quello che ci ha insegnato. Non la dimenticheremo. Non dimenticheremo il suo insegnamento
a bientot
March 23rd, 2012

I serial killer dell’anima, di Cinzia Mammoliti

Il libro ci è stato  segnalato :

E’ uscito da due settimane il mio primo libro , con la Casa Editrice Sonda di Casale Monferrato, in materia di manipolazione relazionale e violenza psicologica (nei confronti della donna in particolare) : I SERIAL KILLER DELL ANIMA.

Si tratta di una tematica estremamente sentita a tutti i livelli e in tutti gli ambiti relazionali (coppia, famiglia, lavoro, amicizia). Nel mio saggio, scritto per essere alla portata di tutti, non soltanto esperti del settore , cerco di fornire strumenti per riconoscere la dinamica manipolativa e difendersene e, al di là delle auspicabili vendite, sono interessata a divulgare il più possibile le mie conoscenze per aiutare le vittime di violenza a liberarsi, in linea con quello che è la mia mission lavorativa.

Cinzia Mammoliti

Troviamo di estremo interesse l’argomento e siamo lieti di presentare il libro ai nostri lettori.

Titolo: I serial killer dell’anima
Autore: Cinzia Mammoliti
Editore: Sonda
Prezzo: € 12.50
Collana: Guide
Data di Pubblicazione: Febbraio 2012
ISBN: 8871066413
ISBN-13: 9788871066417
Pagine: 143
Reparto: Psicologia > Psicologia delle emozioni

March 18th, 2012

Kenzaburō Ōe

Kenzaburō Ōe ( Uchiko, 31 gennaio 1935) è uno scrittore giapponese ( premio Nobel per la letteratura nel 1994).

 Nato e vissuto in un piccolo villaggio ricco di tradizioni , dove le donne erano memoria e narratrici delle leggende degli antenati,   Ōe  è spinto dai grandi cambiamenti del dopo guerra verso la grande città dove completa la sua formazione laureandosi  in letteratura francese.

 E’ un autore molto moderno e pur rimanendo legato a tradizione e ricordi mette sovente in discussione la cultura giapponese tanto da meritare l’appellativo di   “coscienza del Giappone” .

 Ōe tratta spesso temi difficili come  i pregiudizi sociali nei confronti dell’handicap o l’olocausto nucleare,   denunciando spesso la difficoltà per i giapponesi di rielaborare la storia recente .  

  E’ un autore poco tradotto nonostante i riconoscimenti accademici e non molto conosciuto soprattutto nel nostro Paese.

 A ventidue anni ha vinto il premio Akugatawa per il racconto Animale d’allevamento

In questo racconto  protagonista e io narrante è un bambino .

In un villaggio del Giappone,  dove l’eco della guerra è lontano,  un giorno cade un aereo e gli adulti del villaggio catturano un soldato negro. Il prigioniero , che gli adulti non sanno come gestire , viene poco alla volta affidato ai bambini del villaggio. Che poco alla volta  ne fanno un grande gioco fino al drammatico epilogo. Epilogo accettato dal bambino narrante con fatale rassegnazione e che segna il suo passaggio dall’infanzia all’età adulta.  Il racconto mette  in evidenza le sostanziali differenze fra il mondo innocente e crudele di un villaggio e quello articolato della città , il mondo degli adulti e quello dei bambini.

 Belli i momenti di descrizione di attimi di vita.

E’ un autore che consiglio , sia per i temi trattati che per la scrittura accattivante.

March 16th, 2012

Dan Brown, Coelho, Faletti: bestseller da non leggere

Paulo CoelhoPaulo Coelho

Malgrado l’opinione di Roberto Calasso, credo che i lettori italiani siano peggiorati negli ultimi trenta-quarant’anni. Non c’è da meravigliarsi. La generazione letteraria del 1910-1924, che pubblicava i propri libri attorno al 1960-1970, è stata la più ricca e feconda apparsa da secoli nella letteratura italiana.

 

I lettori ereditavano le qualità degli scrittori. Erano lettori avventurosi e impavidi, che non temevano difficoltà di contenuto e di stile, fantasie, enigmi, allusioni, culture complicate e remote. In quegli anni libri bellissimi ebbero un successo che oggi non si potrebbe ripetere. Penso sopratutto a due casi. Quello dell’ Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera; e quello delle Nozze di Cadmo e di Armonia di Roberto Calasso. Non si era mai visto un così arduo libro di saggistica, fondato su una analisi rigorosa dei testi, conquistare un pubblico tanto vasto, e ripetere il suo successo in ogni Paese.

Oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho. Intanto, continua la scomparsa dei classici. Gli italiani non hanno mai letto Dickens e Balzac. Oggi, anche Kafka (che nel 1970-80 era amatissimo) va a raggiungere Tolstoj e Borges nel vasto pozzo del dimenticatoio. Per fortuna, restano i poeti: o, almeno, una grande poetessa, Emily Dickinson.

 

Anche i numeri stanno calando. Negli ultimi mesi le vendite dei libri - sia delle clamorose novità sia del lento catalogo - sono discese di circa il 12 per cento rispetto agli anni precedenti: così mi dicono. È una vera catastrofe editoriale, alla quale speriamo che portino rimedio i prossimi mesi dell’anno. La spiegazione è ovvia: la crisi economica si è allargata e si è estesa. Ma niente è meno costoso, e tanto indispensabile, come il piacere della lettura.

Il principale rimedio è la diminuzione del prezzo dei libri. Molte case editrici ricorrevano, negli anni passati, a un sistema di vendite scontate (del 20 o 30 per cento) in alcuni mesi dell’anno, specialmente ottobre, novembre, dicembre. I risultati economici erano notevoli. La cosa mi sembra perfettamente legittima. Non vedo perché una casa automobilistica possa abbassare, per qualche mese, i prezzi delle vetture, e una casa editrice non possa diminuire quelli dei libri. Ma, nel 2010, è accaduta una cosa inverosimile. Sottoposto a non so quali pressioni, il governo ha di fatto ucciso le vendite straordinarie dei libri, o le ha ridotte al minimo. L’industria editoriale italiana è gracile e fragile. Se non si vuole farla affondare completamente, il provvedimento del 2010 va assolutamente abolito. Ogni editore venda i propri libri al prezzo che preferisce.

 

Pietro Citati

Fonte: Corriere della Sera
March 10th, 2012

Amélie Nothomb: «La scrittura? È come la magia. Fa dubitare della realtà»

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Venti libri in vent’anni. Più altre cinquantacinque storie non pubblicate. Eppure i suoi genitori non sognavano per lei un futuro da scrittrice. «Mio padre mi diceva: “Tu diventerai un leader politico”» racconta Amélie Nothomb negli studi di Corriere Tv, a Milano. Vestita di nero, sguardo penetrante ma empatico, il consueto cappello in testa, è arrivata per presentare l’ultimo romanzo, Uccidere il padre, uscito in Italia per Voland.

L’IDENTITÀ SOFFERTA - Il libro racconta la storia di un famoso mago e di un allievo che diventa per lui come un figlio. «Uccidere il padre è un atto simbolico - precisa la scrittrice - si tratta di liberarsi di quelle speranze che i nostri genitori hanno riposto in ognuno di noi», in modo da trovare chi si è davvero. Un tema, quello dell’identità a lungo inseguita, che ricorre spesso nelle frasi dell’autrice. Proprio a partire del vistoso cappello che non si è più tolta dall’età di 30 anni: «Lo provai, mi guardai allo specchio ed ebbi per la prima volta l’impressione di essere me stessa» racconta. Poi la questione riaffiora parlando del Belgio, Paese che Amélie Nothomb, cresciuta tra Giappone, Cina e Stati Uniti, solo «oggi» riconosce come patria. «C’è stata una grave crisi politica in questi ultimi anni, che ha dimostrato che l’identità belga è complessa e indefinita. È stato proprio questo a farmi capire che sono belga - spiega - perché anche io ho un’identità complessa e non ben definita».

LETTORI FRUSTRATI - Sul futuro come autrice non si sbilancia. Ma è plausibile immaginarsi libri ancora più asciutti e brevi. «C’è un percorso» premette innanzitutto, rispondendo al dubbio che scrivere un romanzo all’anno significhi sacrificare la qualità e la maturazione letteraria. «Dal mio primo libro, Igiene dell’assassino (Voland, 1992), lo stile è cambiato - spiega -: All’inizio era più barocco, adesso è più limpido». Poi sulla lunghezza svela: «La mia grande ambizione è un romanzo che sia completo, complesso e di 40 pagine». Nessuna funzione esplicativa, catartica o consolatoria nella sua visione della scrittura. «So che chi finisce di leggermi si sente frustato. Lo sono anche io - ammette -. Ma la funzione dei miei libri, così come quella della magia, non è offrire un lieto fine. Piuttosto insinuare dubbi. E spingere i lettori a mettere in discussione la realtà».

Alessia Rastelli
arastelli@corriere.it
twitter al_rastelli

Fonte: Corriere della Sera

March 1st, 2012

Mi ribello, dunque siamo. Un testo inedito di Camus

Che cos’è un uomo in rivolta? È innanzitutto un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia: è anche un uomo che dice sì. Osserviamo nel dettaglio il movimento di rivolta. Un funzionario che ha ricevuto ordini per tutta la vita giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Insorge e dice no. Che cosa significa questo no?

Significa, per esempio: «Le cose hanno durato abbastanza», «esistono limiti che non possono essere superati», «fin qui, sì, al di là, no», o ancora: «andate troppo in là». Insomma, questo no afferma l’esistenza di una frontiera. Sotto un’altra forma ancora la stessa idea si ritrova nella sensazione dell’uomo in rivolta che l’altro ‘esageri’, «che non ci siano ragioni per», alla fine «ch’egli oltrepassi il suo diritto», fondando, per concludere, la frontiera il diritto. Non esiste rivolta senza la sensazione di avere in se stessi in qualche modo e da qualche parte ragione. È per questo che il funzionario in rivolta dice ad un tempo sì e no. Perché afferma, assieme alla frontiera, tutto ciò che custodisce e preserva al di qua della frontiera. Afferma che in lui c’è qualcosa di cui vale la pena prendersi cura.

Insieme alla repulsione verso l’intruso, esiste in ogni rivolta un’adesione intera e istantanea dell’uomo a una certa parte dell’esperienza umana. Ma qual è questa parte?
Si potrebbe affermare che il no del funzionario in rivolta rappresenta soltanto gli atti che rifiuta di compiere. Ma si noterà che questo no significa tanto «esistono cose che io non posso fare» quanto «esistono cose che voi non potete fare». Si vede già che l’affermazione della rivolta si estende a qualche cosa che trascende l’individuo, che lo trae dalla sua supposta solitudine, e che fonda un valore. Ci si limiterà, al momento, a identificare questo valore con ciò che, nell’uomo, rimane irriducibile.

Precisiamo almeno che si tratta proprio di un valore. Per quanto confusamente, esiste una presa di coscienza consecutiva al moto di rivolta. Questa presa di coscienza consiste nella percezione improvvisa di un valore con cui l’uomo può identificarsi totalmente. Perché, fin qui, quest’identificazione non era realmente sentita. Tutti gli ordini e le esazioni anteriori al moto di rivolta, il funzionario li subiva. Spesso, anzi, aveva ricevuto senza reagire ordini più rivoltanti di quello che fa scattare il suo moto.

Ma portava pazienza, incerto ancora del proprio diritto. Con la perdita della pazienza, con l’impazienza, comincia un movimento che può estendersi a tutto ciò che in precedenza veniva accettato. Questo movimento è quasi sempre retroattivo. Il funzionario, nell’istante in cui non riconosce la riflessione umiliante del suo superiore, rifiuta insieme lo stato di funzionario per intero. Il moto di rivolta lo porta più in là di quanto egli non vada con un semplice rifiuto.

Prende le distanze dal proprio passato, trascende la propria storia. Precedentemente invischiato in un compromesso, si getta d’un tratto nel Tutto o Niente; ciò che dapprima era la parte irriducibile dell’uomo diventa l’uomo intero. Nel moto della propria rivolta, l’uomo prende coscienza di un valore in cui crede di potersi riassumere. Ma come si vede, prende coscienza, contemporaneamente, di un ‘tutto’ ancora piuttosto oscuro e di un ‘niente’ che significa esattamente la possibilità di sacrificio dell’uomo a questo tutto. L’uomo in rivolta vuole essere tutto- vale a dire questo valore di cui ad un tratto ha preso coscienza e che vuole venga riconosciuto e accettato nella sua persona - o niente, vale a dire essere decaduto ad opera della forza che lo domina. Al limite, accetterà di morire.

Mette sulla bilancia la morte e quanto chiamerà, per esempio, la sua libertà. Dunque, si tratta davvero di un valore, e uno studio dettagliato della nozione di rivolta dovrebbe ricavare, da questa semplice osservazione, l’idea che la rivolta, contrariamente all’opinione corrente, e benché nasca da ciò che l’uomo ha di più strettamente individuale, mette in questione il concetto stesso di individuo. Perché se l’individuo, in casi estremi, accetta di morire e nel moto della propria rivolta muore, dimostra con ciò ch’egli si sacrifica a favore di una verità che oltrepassa il suo destino individuale, che va più in là della sua personale esistenza. Se preferisce l’eventualità della morte alla negazione di questa parte dell’uomo che egli protegge, è perché valuta quest’ultima più generale di se stesso.

La parte che l’uomo in rivolta protegge, egli ha la sensazione di averla in comune con tutti gli uomini. È da ciò che essa trae all’improvviso la sua trascendenza. È per tutte le esistenze a un tempo che insorge il funzionario quando giudica che, da un dato ordine, viene negata qualche cosa in lui che non gli appartiene in modo esclusivo, ma che è un luogo comune in cui tutti gli uomini, anche colui che l’insulta e l’opprime, hanno già pronta una forma di solidarietà. Esiste una complicità che unisce la vittima al carnefice.

La rivolta non nasce solamente e necessariamente nell’oppresso, ma può nascere anche dallo spettacolo dell’oppressione. Esiste in questo caso un’identificazione con l’altro individuo. Non si tratta di un’identificazione psicologica, sotterfugio per mezzo del quale l’individuo sentirebbe nella sua immaginazione che è a lui che s’indirizza l’offesa (perché, al contrario, si arriva a non sopportare di veder infliggere ad altri delle offese che noi stessi abbiamo subito senza rivolta). Esiste solamente un’identificazione di destini e un prender partito. L’individuo, dunque, non è in se stesso quel valore che vuole difendere. Occorrono tutti gli uomini per costituirlo. È nella rivolta che l’uomo si supera nell’altro, e, da questo punto di vista, la solidarietà umana è metafisica. Nell’esperienza assurda, la tragedia è individuale. A partire dal movimento di rivolta, essa ha coscienza d’esser collettiva.

Il testo di Camus, inedito in Italia, è ora pubblicato per la prima volta nel n. 42 de «La società degli individui», quadrimestrale di filosofia e teoria sociale, edito da Franco Angeli e presente nelle principali librerie.

via

February 10th, 2012

Wisława Szymborska

E’ morta

Wisława Szymborska

poetessa polacca.

Premio Nobel del 1996

Prospettiva (da “Due punti”)


Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
O distratti
O immemori
Di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
Che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra
E chi guarda dall’alto
Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

E io, solo per un istante
Certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali
quanto triste è stato.

February 1st, 2012