Ecco perché comandano i maschi

Nell’antichità gli uomini hanno convinto le donne di avere un unico scopo: quello di recipiente del seme. Da lì è nata una subalternità che quindi non è naturale, ma culturale. E solo oggi, a poco a poco, ne stiamo uscendo. La tesi di una grande antropologa

(18 gennaio 2012)

Françoise Héritier Françoise HéritierDonne non si nasce, si diventa. E la regola vale non solo per l’Occidente oggi, ma risale alla notte dei tempi. E’ quanto sostiene Françoise Héritier antropologa francese, tra le più famose del mondo, considerata dal leggendario Claude Lévi-Strauss sua erede. Tanto che ne prese il posto al Collège de France. Il punto di partenza della affascinante ricerca della Héritier (in Italia i suoi libri sono pubblicati da Laterza) è capire come sia potuto accadere che l’uomo si sia impadronito del corpo della donna. O meglio, dato che il maschio è piuttosto inutile (non è lui che partorisce) come è successo che gli è invece stato conferito il potere della vita. Lei lo spiega così: “I nostri antenati hanno tratto conclusioni sbagliate sull’origine stessa della vita: la procreazione. Secondo loro era maschile. Invece di pensare che la donna è capace di questo dono: fare figli, pensavano che senza il maschio non si è nulla. Da lì si è creato il dominio maschile”.

Héritier è una piccola signora di 78 anni, sguardo materno e rassicurante, sembra la nonna ideale. Ci riceve nel suo salotto, una stanza grande, ariosa, con piante colorate, un tavolo vicino alla finestra e in un angolo, davanti a poltrone e divani, la libreria. In risalto una foto in bianconero di trent’anni fa con lei, unica donna, insieme a tutti i professori del Collège de France. E con Lévi-Strauss, il suo mentore, la sua guida, la sua ispirazione. Héritier spiega i concetti più difficili con l’eloquenza dei grandi. Parla con una voce pacata, dizione perfetta: nel rispondere fa trasparire la pazienza acquisita con l’insegnamento.

Partiamo da una sua ricerca, in apparenza esotica, in realtà di stringente attualià, e che fa capire quanto sia relativa la divisione tra maschi e femmine…
“Immagino che ha in mente la storia del matrimonio tra donne nella tribù dei Nuers in Sudan. Questa unione non ha carattere omosessuale. Si tratta di donne sterili, considerate uomini dentro un corpo di donna. Negli anni queste donne possono aver accumulato un gregge consistente e hanno dunque maturato il diritto di chiedere in sposa una ragazza. Ma non ci dormiranno insieme. In compenso si faranno servire come un marito, quindi godranno di tutti i privilegi degli uomini. Potranno avere dei figli prendendo uno schiavo o un servo alle loro dipendenze e che per loro farà quello che si chiama “lavoro di letto”, concepirà figli con la sposa della moglie”.

Dunque per contare bisogna essere un uomo? E uomini si diventa?
“In sostanza sì. In realtà, la vicenda è complessa. Lo si diventa attraverso il dominio sul corpo della donna. Partiamo da un’idea nata nell’antichità: nella natura esistono la femmina e il maschio. Seconda constatazione: solo le femmine partoriscono e possono partorire. A cosa servono i maschi, allora? Terza osservazione: se non c’è rapporto sessuale, le femmine non possono procreare. Mettendo insieme queste tre cose, la sola conclusione logica è che i maschi, attraverso il rapporto sessuale, mettono dei figli nei corpi delle donne. Dunque, la donna, per utilizzare un termine africano, è solo un “recipiente”".

E’ questa l’origine della differenza nella cultura tra uomo e donna?
“Bisognava inculcare alla donna che il suo scopo nella vita è fare figli e per farlo si utilizzavano metodi comuni a tutte le società del mondo. Primo, l’impossibilità per la donna di disporre del proprio corpo. Le ragazze venivano date in moglie senza poter scegliere il marito, né il numero di figli. Secondo: impossibilità di studiare, quindi di sviluppare lo spirito critico. Terzo: divieto di svolgere funzioni di potere, compreso quello intellettuale e artistico. Infine: per rendere tutto questo concreto, le armi utilizzate erano il disprezzo e l’ostracismo. Questi quattro punti costituiscono la base del primo modello del dominio maschile. Ed è il modello di ogni dominio”.

Di questo e altro lei parla nel suo libro “La plus belle histoire des femmes”, scritto con la storica Michelle Perrot, la filosofa Sylviane Aganciski e la politologa Nicole Bacharan. Il quadro è desolante.

Fonte: L’Espresso
January 19th, 2012

Buon compleanno Umberto Eco

MicroMega festeggia gli ottant’anni di Umberto Eco ripubblicando il suo testo “Latratus canis” nella versione originaria in cui uscì sul numero 1/1987 della rivista.

LATRATUS CANIS

La notte del Medio Evo pare infestata da una folia di cani che abbaiano. Le dispute sul significato delle voci canine, da Aristotele a Boezio, da Agostino a Tommaso d’Aquino, e la loro importanza per le teorie del linguaggio.

di Umberto Eco, da MicroMega 1/1987

Come, quanto, perché e in che modo abbaiava un cane nel Medio Evo? La domanda non è stravagante quanto potrebbe sembrare, tanto che con un gruppo di medievalisti vi abbiamo lavorato a lungo (*). Durante le discussioni sul linguaggio che ebbero luogo nel Medio Evo, erano molti i grammatici e i logici che citavano abitualmente, come esempio di pseudo-linguaggio, il latratus canis. E non si limitavano al latrato del cane, anzi, vi aggiungevano i suoni del cavallo, del piccione, della mucca e, come c’era da aspettarsi, il linguaggio di pappagalli e gazze. Gli animali nel Medio Evo «dicevano» per la verità molte cose, ma in genere non lo sapevano: nei Bestiari compaiono come segni viventi di qualcos’altro, personaggi di un libro scriptus digito dei, che non producono linguaggio ma sono essi stessi «parole» di un lessico simbolico.

Ma i filosofi e i grammatici si interessavano invece al latratus in quanto fenomeno linguistico e lo mettevano in relazione al gemìtus infirmorum e ad altri tipi di interiezioni. A stuzzicare la nostra curiosità fu il fatto che — se si prova ad estrapolare da ciascuno di questi discorsi una sorta di albero tassonomico — ci si rende conto che in alcuni di questi alberi il latratus si accompagna al gemitus infirmorum, mentre in altri occupa un nodo diverso. Siamo così giunti all’ipotesi che questa questione, pur marginale, avrebbe potuto esserci utile a capire meglio alcune differenze impercettibili nascoste tra le pieghe di queste discussioni che, come spesso succede con materiali medievali, appaiono a prima vista come l’ostinata ripetizione dello stesso modello archetipico. Gli studiosi medievali non erano certo sprovvisti di testi sul comportamento animale: anche se l’Historia animalium di Aristotele ebbe solo una circolazione molto tarda, essi erano a conoscenza, attraverso la mediazione di Plinio e Ammonio, delle numerose discussioni sulle caratteristiche naturali dei cani, per non parlare del problema della voce di pesci e uccelli (compresi pappagalli e gazze). Analogamente, qualcosa doveva esser trapelato della discussione che vide impegnati Stoici, Accademici ed Epicurei sulla possibilità di un «logos animale». Sesto Empirico afferma (Pyrr. 1, 1, 65-67) che il comportamento dei cani dimostra che essi possiedono svariate capacità di riflessione e comprensione. Sesto cita un’osservazione di Crìsippo per cui un cane che nell’inseguimento di una preda giunge all’incrocio di tre strade, dopo aver annusato le due vie che la sua vittima non ha percorso, produce un perfetto sillogismo dialettico: «La bestia è passata o di qui, o di lì o da un’altra parte; di qui no, di lì nemmeno, perciò deve essere passata dall’altra parte». Non si sa bene se Sesto fosse nato nel Medio Evo, ma è interessante che nel Bestiario di Cambridge compaia lo stesso ragionamento, che non è invece presente né in Isidoro né nel Physiologus, il che significa che una gran parte del dibattito greco fu tramandata per altri canali secondari.

Tutta questa mole di osservazioni «naturalistiche» è sopravvissuta in qualche modo nelle opere di quei filosofi che attraverso la mediazione di Agostino si rifacevano all’eredità stoica. In generale, però, ogni comparsa del cane è in diretta dipendenza da quella pagina del De interpretatione di Aristotele (16a e sgg). che ebbe una straordinaria influenza sull’intera discussione medievale a proposito di linguaggio umano ed animale. Così il cane, nella letteratura filosofica e linguistica, si aggira essenzialmente come un animale che abbaia, che fa rumore assieme ai pappagalli e ai galli — qualche volta anche assieme al gemitus infirmorum, qualche altra volta in una categoria separata. Il latrato del cane, nato topos, topos rimane. Eppure l’autorità ha un naso di cera, e, al di là di quanto possa apparire alla superficie letterale, ogni volta che il topos viene citato di nuovo è legittimo sospettare che si sia verificato un leggero spostamento di prospettiva.

Segni e parole
A dar ragione dell’imbarazzante posizione assunta dal latratus canis nelle teorie medievali del linguaggio, bisognerebbe tener presente che la semiotica greca, dal Corpus Hippocraticum fino agli stoici, operava una distinzione molto netta tra una teoria del linguaggio verbale (nomi, onomata), e una teoria dei segni (semeia). I segni sono fenomeni naturali che funzionano come sintomi o indicatori, e hanno con ciò che designano un rapporto basato su un meccanismo di inferenza (se c’è un certo sintomo, allora c’è una tale malattia; se c’è fumo, allora ci deve essere del fuoco). Le parole sono in rapporto diverso rispetto alle cose che designano (o alle passioni dell’animo che esse esprimono, o, in termini stoici, alla proposizione — lekton — che trasmettono), e questo rapporto si basa su una mera equivalenza e bicondizionalità (allo stesso modo che nella autorevole teoria aristotelica della definizione). La fusione tra una teoria dei segni e una teoria delle parole (per quanto fosse già stata vagamente prevista dagli stoici), è sanzionata in modo, definitivo soltanto con Agostino, che è il primo a proporre in modo esplicito una «semiotica generale», e cioè una scienza generale dei signa, intendendo per segno il «genere» di cui sia le parole che i sintomi naturali sono «specie». Ma nel compiere questa operazione nemmeno Agostino fu in grado di risolvere una volta per tutte la dicotomia tra inferenza ed equivalenza, e così nella tradizione medievale rimasero due linee di pensiero non ancora unificate.
Questa è un’osservazione cruciale per il nostro discorso, dal momento che una delle ragioni principali per cui il latratus canis occupa posizioni diverse nelle diverse classificazioni dei segni dipende proprio dal fatto se esse siano classificazioni dei segni in generale (secondo la concezione stoica o agostiniana) o delle voces, secondo la concezione aristotelica di una teorìa del linguaggio parlato.

Aristotele
Il detonatore della controversia sul latratus canis è quel passo del De interpretatione (16-20a) in cui Aristotele, nell’intento di definire i nomi e i verbi, fa anche alcune affermazioni marginali sui segni in genere. Riassumendo qui in breve le conclusioni di un dibattito senza fine tra gli interpreti di questo passo, Aristotele in sostanza dice che i nomi e i verbi sono casi di phoné semantiké katà synthéken, ciò che in termini medievali è vox significativa ad placitum. Aristotele afferma che le parole sono simboli di stati dell’animo (o volendo di concetti), proprio allo stesso modo in cui le parole scritte sono simboli di quelle orali. Usa il termine «simbolo» nel senso di Peirce, di uno strumento convenzionale, ragione per cui i simboli non sono identici in tutte le culture, mentre le passioni dell’animo sono le stesse per tutti in quanto immagini (potremmo dire «icone») delle cose. Ma parlando delle passioni dell’animo Aristotele aggiunge (abbastanza di sfuggita) che le parole sono «prima di tutto» segni di queste passioni.

Si tratta forse qui di mera ridondanza per cui la parola «segno» è sinonimo di «simbolo»? Certamente no, visto che quando Aristotele parla espressamente di segni (semeia) nella Retorica, intende riferirsi ai sintomi, fenomeni naturali da cui si deduce qualcos’altro. Aristotele vuol semplicemente dire che, anche se le parole sono simboli convenzionali, nel momento in cui vengono pronunciate esse possono essere anche (oppure in primo luogo) interpretate come sintomi del fatto evidente che la persona che le pronuncia ha in mente qualcosa che vuole esprimere.

Tutto si fa più chiaro quando, poche frasi più avanti, Aristotele fa notare che, dato che anche i suoni vocali possono essere considerati come segni (o sintomi), pure dei rumori inarticolati come quelli emessi dagli animali possono fungere da sintomi. Egli usa «rumori» (agràmmatoi psòphoi) e non suoni, perché, come spiegheranno Ammonio e tutti i commentatori successivi, intende riferirsi anche ad alcuni animali come i pesci che non emettono suoni ma producono dei rumori («quidam enim pisces non voces, sed branchiis sonant — dirà Boezio — et cicada per pectum sonurn mittit»). Aristotele afferma che questi rumori rivelano (delousi) qualcosa. Ora, che succede con la prima traduzione autorevole del De interpretatione, quella fatta da Boezio? Boezio traduce sia «simbolo» che «segno» con nota, e in questo modo la sfumatura aristotelica va perduta, ma soprattutto traduce delousi non come «mostrano» ma come significant (significano).
Aristotele parlava dei rumori degli animali e distingueva lessicalmente un rumore da un suono, mentre purtroppo da Boezio in poi i commentatori medievali tradussero l’aristotelico phoné (suono) con vox e psophòs (rumore) con sonus. Ed è così che, per i commentatori medievali, gli animali senza polmoni emettono suoni ma gli animali dotati di polmoni emettono delle voci e le voces possono essere signifìcativae. La via verso un latrato canino significante è ormai aperta.

Boethius latrans
Il latrato del cane compare per la prima volta in Ammonio e nel mondo latino con Boezio come esempio di vox significativa non ad placitum (per convenzione) ma piuttosto naturaliter come si vede dalla figura 1. Così un suono che per Aristotele era un segno finisce sotto l’intestazione di vox significativa, dove sono anche le parole e i simboli. Nella stessa categoria Boezio mette il gemitus infirmorurn, il nitrito del cavallo e perfino i suoni di animali senza polmoni che «tantu sonitu quodam concrepant». Ma perché questi suoni significano naturaliter? Ovviamente perché attraverso di essi se ne può identificare la causa mediante una inferenza sintomatica.

Boezio trascura però due importanti differenze: 1) la differenza, riconosciuta chiaramente dagli stoici, tra fenomeni naturali che «accadono» ma non sono prodotti dagli esseri umani, come il fumo del fuoco o un sintomo medico, e i suoni prodotti da creature animate; 2) la differenza tra i suoni emessi intenzionalmente e quelli emessi involontariamente (l’infermo geme involontariamente ed è lo stesso per i cani che abbaiano). Oppure i cani hanno una volontà di comunicare? Boezio dice del cavallo che «hinnitus quoque eorum saepe alterius equi consuetudinem quaerit», e cioè il cavallo nitrisce per chiamare un altro cavallo, volontariamente e, sospetto, con un preciso scopo sessuale. Egli dice anche (intendo Boezio, non il cavallo) che gli animali emettono frequentemente delle voci «aliqua significatione preditas», e cioè suoni investiti di qualche significato. Ma investiti da chi? Dall’animale che li emette o dall’uomo che l’ascolta? Boezio trascura questo problema perché ha trascurato la differenza 1). Quando si interpreta un fenomeno naturale come un segno è l’intenzione umana che lo considera come qualcosa che significa qualcos’altro.

Così il cane viene messo in una posizione davvero imbarazzante: emette delle voces ma lo fa in modo naturale. La sua voce si colloca ambiguamente a metà strada tra il fenomeno naturale e l’emissione volontaria; se abbaia intenzionalmente rimane poco chiaro se nel farlo si rivolga intenzionalmente ad un altro cane o agli uomini. Ciò che in termini zoosemiotici non è un problema di scarso peso. Inoltre, l’uomo capisce il cane (o il cavallo) in quanto dotato di una disposizione naturale ad interpretare i sintomi, o perché dotato di una disposizione naturale a capire il linguaggio canino?

Tommaso d’Aquino
Tommaso d’Aquino non si allontana dalla classificazione di Boezio: la sua sarà solo una tassonomia ancora più complessa. Si occupa del problema in più di una pagina del suo commentario al De interpretatione e lo fa con alcune ambiguità anche perché la sua classificazione risente di diverse influenze. In alcuni passi, rifacendosi ad Agostino, l’Aquinate chiama signum ogni vox significativa, in altri passi signum è usato anche nel caso del suono di una tromba militare (tuba) che ovviamente non rappresenta un caso di vox vocalis. Sembrerebbe che per lui signum sia qualsiasi emissione investita di significato, che sia vocale o meno, ma non prende in considerazione i signa naturalia (i semeia), pur se i segni naturali giocheranno un ruolo importante sia nella teoria dei sacramenti che nella teoria dell’analogia.

Proverò comunque a riassumere le sue opinioni attraverso il diagramma della figura 2.
Per l’Aquinate la differenza principale tra i suoni umani e quelli animali non consiste però nell’opposizione «volontario-involontario», ma piuttosto in un’altra, come sottolinea in un interessante passo del suo commentario alla Politica: sia gli uomini che gli animali dispongono di modi di significare secondo determinate intenzioni (i cani abbaiano e i leoni ruggiscono allo scopo di comunicare con i propri simili) e analogamente gli uomini emettono interiezioni. Così una persona inferma può gemere (involontariamente) e può emettere intenzionalmente delle interiezioni che significhino la sua sofferenza. Ma la vera opposizione è quella tra le interiezioni (che non possono esprimere dei concetti) e i suoni linguistici che sono in grado di trasmettere delle astrazioni, ed è questa la ragione per cui soltanto attraverso il linguaggio gli uomini sono in grado di fondare le istituzioni sociali («domum et civitatem»).

L’eredità stoica: Agostino
Dell’imbarazzo che abbiamo riscontrato negli interpreti del De Interpretatione sono invece totalmente privi quei pensatori che, come è il caso di Agostino, non erano soggetti a quel tipo di influenza ed erano invece più direttamente legati alla tradizione stoica. Nel De doctrina Christiana Agostino (dopo aver esposto la sua famosissima definizione «signum est enim res praeter speciem, quam ingerii sensibus, aliud aliquid ex se faciens in cogitationem venire») istituisce una distinzione tra signa naturalia e signa data. I segni naturali sono quelli che «sine voluntate atque allo appetita significandi praeter se aliquid aliud ex se cognoscere faciunt» (come il fumo che rivela presenza del fuoco o il volto di una persona arrabbiata che ne svela l’ira senza che quello ne abbia intenzione). I signa data sono quelli che gli esseri umani si scambiano per esprimere i «motus animi» (non si tratta necessariamente di concetti e possono essere sensazioni come stati psicologici).
Con un colpo di genio Agostino mette tra i signa data, senza un attimo di esitazione, sia le parole delle Sacre Scritture che i segni prodotti dagli animali (vedi la figura 4): «Habent enim bestiae inter se signa, quibus produnt appetitus animi sui. Nam et gallo gallinaceus reperto cibo dat signum vocis gallinae, ut accurrat; et columba gemitu columbam vocat, vel ab ea vicissim vocatur». Tuttavia Agostino rimane in dubbio sulla natura di questa intenzionalità animale.

Abelardo
Il problema verrà risolto in modo originale da Abelardo. Nella Dialectica la sua classificazione dei segni può essere ricondotta a quella di Boezio anche nella divisione che egli introduce tra le voces significativae: quelle che significano naturaliter e quelle che significano ex impositione (per convenzione). Ma nella Summa Ingredientibus Abelardo inserisce una nuova opposizione, come si vede dalla figura 5: quella tra voces signiflcativae e voces significantes, opposizione data dalla differenza che ci sarebbe nel parlare ex institutione o sine institutione. L’institutio non è una convenzione (come l’impositio): è piuttosto una decisione che precede sia la convenzione umana che la significatività naturale dei suoni animali. Questa «istituzione» può essere considerata molto vicina ad un’intenzione. Le parole acquistano un significato ad opera dell’istituzione della volontà umana che le ordina ad intellectum constituendum (per provocare nella mente di chi ascolta qualcosa, forse meno di un concetto, come sosteneva Agostino). Allo stesso modo il latrato del cane ha un significato, pur se naturale, e l’istituzione (l’intenzionalità) della sua espressione gli è fornita da Dio, o dalla natura. In questo senso il latrato canino è tanto significativus quanto la parola umana, ed è in questo senso che va distinto da quei fenomeni che sono soltanto significantia e pertanto puramente sintomatici. Lo stesso latrato può essere emesso ex institutione (ed essere perciò significativus), oppure essere udito da lontano, offrendo così semplicemente la possibilità di dedurne che «laggiù c’è un cane».

È così chiaro come Abelardo, nel filone agostiniano, si trovi a seguire quella linea di pensiero di derivazione stoica che distingue tra segni (significantia) e parole o parole psuedo-naturali (significativa). Lo stesso latrato può fungere da sintomo (quando l’intenzionalità è preente soltanto dalla parte dell’interprete e l’evento non è stato istituito a questo scopo) oppure essere un’emissione naturalménte significante che il cane emette al fine di constituere intellectum. Questo non vuol dire che il cane «voglia» fare ciò che sta facendo: l’intenzione (institutio) non è sua, ma è piuttosto un’intenzione «naturale» impressa dalla natura, per così dire, nei circuiti neurologici dell’intera specie. Curiosamente, ci troviamo davanti alla proposta di una Volontà Agente, sul modello dell’Intelletto Agente di Avicenna, un’interpretazione questa che può trovar conferma in una formulazione analoga presente nel De Anima di Alberto Magno. In questo modo l’agente non è individuale ma è tuttavia intenzionale.

Bacone
Ancora nella linea della provocazione di Agostino arriviamo ora a Ruggero Bacone. La classificazione che possiamo estrapolare dal De signis non è davvero omogenea (figura 6): i suoi segni naturali assomigliano a quelli di Agostino, in quanto sono emessi senza intenzione, ma sarebbe una bella perdita di tempo mettersi ad indagare sui criteri che hanno presieduto alla costituzione della parte sinistra della classificazione. Per quanto concerne il nostro discorso, ci basti rilevare che, come in Abelardo, i segni della parte destra sono quelli prodotti da un’intenzione dell’animo, e che da questa parte, ancora come in Abelardo, ritroviamo la distinzione tra un’intenzione volontaria e una naturale.

È decisamente interessante notare che, ancora una volta, esiste una differenza tra il canto del gallo considerato come un sintomo della presenza del gallo, oppure considerato come un suono in qualche modo intenzionale emesso allo scopo di comunicare. Quando compare tra i segni ordinata ab anima si chiama cantus galli, mentre se compare tra i signa naturalia viene definito attraverso una costruzione infinitiva: gallum cantare, il fatto che il gallo canti. Si tratta, come avrebbero detto gli stoici, di un «incorporeo», una sequenza sintomatica di eventi, e come tale può essere interpretata dagli esseri umani: «Cantus galli nihil proprie nobis significat tamquam vox significativa sed gallum cantare significat nobis horas». Bacone non si spinge fin dove aveva osato Agostino, e cioè non mette il latrato del cane e la parola di Dio sotto la stessa intestazione, ma, come Abelardo, non considera la voce emessa dagli animali (nel caso che l’animale comunichi per impulso naturale) soltanto come un mero sintomo. La sua descrizione del linguaggio animale è altrettanto attenta che quella di Agostino: i cani, le galline e i piccioni non sono, nei suoi esempi, puri topoi ma animali «reali» osservati con interesse naturalistico nel loro comportamento abituale. La classificazione baconiana riflette un nuovo atteggiamento verso la natura e l’esperienza diretta.

Bacone avverte con grande acutezza la relatività dei linguaggi umani ma anche la necessità di imparare le lingue, ed è profondamente convinto che i galli cantino e i cani abbaino per comunicare con il loro simili. Potrebbe essere che noi non ne comprendiamo il linguaggio proprio allo stesso modo in cui un greco non capisce un latino e viceversa, ma certo l’asino è compreso dall’asino e il leone dal leone. Basterebbe così che l’uomo si esercitasse un po’ e, come i latini capiscono i greci, sarebbe possibile capire il linguaggio degli animali: a questa conclusione si arriverà un po’ più tardi con lo Pseudo-Marsilio di Inghen.

Così la notte del Medio Evo pare infestata da una folla di cani che abbaiano e di infermi che si lamentano: lo scenario descritto in tante pagine teoriche non può fare a meno di evocare uno scenario più reale di cani randagi aggirantisi per le strade delle città medievali mentre la gente, non ancora soccorsa dall’aspirina, celebrava con lamentazioni incontrollate l’avvicinarsi del Giorno Estremo. In questo scenario razzolano galline e pappagalli ma, a quanto ne so, non compare alcun gatto: erano probabilmente riservati a sabba più esclusivi e non potevano essere identificati come abitanti normali della città «ufficiale».

(*) La ricerca è stata condotta nel corso di un seminario all’Università di Bologna da me, Andrea Tabarroni, Costantino Marmo, Roberto Lambertini (A. A. 1982-83). Una redazione, firmata dai quattro autori, è stata presentata come Latratus canis al convegno tenutosi a Spoleto nel 1983 sugli animali nel Medioevo, e ora appare negli atti del convegno stesso (L’uomo di fronte al mondo animale nell’Alto Medioevo, Spoleto 1985). Una seconda versione inglese appare come «On Animai Language in the Medieval Classification of Sìgns», in Versus, n. 38-39, maggio-dicembre 1984. In entrambi i casi sì tratta di lavori di una sessantina di pagine ciascuno.
Il  presente articolo riproduce una conferenza tenuta da me a Lovanio e alla Yale University nel 1984. Appare a firma mia perché rappresenta una sintesi degli altri lavori citati, ma per quanto riguarda le idee che vi sono esposte ritengo debba essere considerato opera collettiva che deve essere accreditata anche agli altri tre autori.

(18 gennaio 2012)

Fonte: Micromega

January 18th, 2012

Addio allo scrittore Carlo Fruttero

Carlo Fruttero (Edoardo Luppari/Kaliphos) Carlo Fruttero (Edoardo Luppari/Kaliphos)

MILANO - È morto a 85 anni lo scrittore Carlo Fruttero. Il suo nome è strettamente legato a quello di Franco Lucentini, con cui diede vita dal 1952 al celebre sodalizio artistico di giallisti, giornalisti e traduttori, noto anche come Fruttero & Lucentini, F&L o «la ditta». Dal 1961 al 1986 i due romanzieri hanno diretto insieme la collana di fantascienza Urania per Mondadori. Tra i successi della coppia, La donna della domenica (1972), il bestseller di ambientazione torinese che diventa anche un film tra i più amati degli anni Settanta.

 

Addio a Carlo Fruttero Addio a Carlo Fruttero     Addio a Carlo Fruttero     Addio a Carlo Fruttero     Addio a Carlo Fruttero     Addio a Carlo Fruttero

GLI ULTIMI ANNI - Dopo la morte di Lucentini, nel 2002, Fruttero ha smesso di scrivere, finché nel 2006 ha pubblicato per Mondadori Donne informate sui fatti, finalista del Premio Campiello 2007, e la riedizione, sempre per Mondadori di Ti trovo un po’ pallida. Nel 2010 esce Mutandine di chiffon (Mondadori), raccolta di scritti dichiaratamente d’ occasione, prodotti a richiesta di giornali, riviste, libri bisognosi di prefazione. Sempre del 2010, esce il libro scritto con Massimo Gramellini, La Patria, bene o male (Mondadori). Nel 2007 gli viene assegnato il Premio Chiara alla carriera, nel 2010 è il primo vincitore del Campiello alla carriera.

Fonte: Corriere della Sera

January 15th, 2012

Pagine inedite di Giorgio Caproni dal suo Diario di una vita

Lassù, bisogna arrivare lassù, fino a quella bandiera. E c’erano arrivati. Il viottolo affondava in una folta mareggiata di fieno, che covava di tratto in tratto fruscii sospetti che fermavano di botto le tre ragazze. Pensavano, senza volerlo dire, alla vipera. Ma subito riprendevano il cammino, ridendo. Una bella delusione per tutti, la famosa bandiera. Ma una di quelle delusioni che, mettendoci in nuova curiosità, si accettano volentieri, perché se la scoperta rivela un oggetto del tutto diverso da quello immaginato, essa non confessa affatto, però, la natura vera di quello stesso oggetto, lasciandoci così padroni di nuove fantasticherie. Un alberello striminzito e secco, dunque, con un ciuffetto arido in cima. Sotto il ciuffetto, uno straccio bianco, sbrindellato, irrigidito nel vento che spirava robusto. E come appariva solo, quel desolato documento della volontà umana, nel deserto solare del cielo fino alla più remota vetta! Il cielo non si poteva guardare. Qui sui monti è d’un azzurro arido e spietato, che fa male agli occhi. Mille volte meglio riposare lo sguardo nel luminoso verde dei pendii.

***

Immagini… un morto che abbia la coscienza di essere morto: la mia anima se n’è andata con la mia Olga, ma ha ancora i sensi desti, e ai miei sensi ancora desti l’oziosa scena del mondo trascorre trasognata e passiva, senza nessuna reazione. Un morto che ha coscienza del bene perduto - la vita - e che questo contempla trasognato scoprendo ormai non più suo.

***

Un grande progresso mi pare d’averlo fatto, dall’8 all’8 settembre, quello di aver cominciato a convincermi che tutto quanto riguarda me solo, appunto perché per me ha la massima importanza, non ha la minima importanza per gli altri. Immaginate un’arpa dalle corde di seta arrancata dalle unghie di una tigre. Sotto il decoro di un’immagine abbastanza poetica, posso ipocritamente dire la verità: che per la mia estrema debolezza di nervi sono stato devastato, devastando la gioventù di Rina, per cinque anni di seguito dalla guerra e dalle sue intricate conseguenze. Forse la cronaca di tante giornate dure come sassate? Anima terrorizzata, montagne di tristezza materiale, nemmeno l’ombra di una casa, dal matrimonio, per me e i miei bambini. Rina più grande di una santa? E anche io santo o il più vile dei vili a sopportarmi secondo per secondo in tale indigenza plenaria. Non esprimerei nemmeno una riga, non per saggezza, ma per mancanza di penne a volo tanto alto.

***

Sono mesi, forse anni che non ricevo più mie notizie. Ho finito col perdermi totalmente di vista, con lo smarrirmi nel labirinto delle informazioni. (Non ho ancora tribolato abbastanza per meritarmi la convinzione ch’io nel mondo conto meno che nulla? Finirò, cuore agro e spaventato, di occuparmi di me stesso per pensare un poco anche al prossimo?). (Intanto ho fatto una scoperta: sono terrorizzato dall’idea di poter essere ucciso dagli uomini. Tutta la montagna del mio egoismo si rovescia contro questo diritto altrui ch’io mi rifiuto di conoscere. Non so se la notizia d’una morte naturale m’incuterebbe lo stesso orrore. Nessuna di tali cose si può dire finché non se ne ha la prova). (Un’altra informazione su di me: sono un uomo cui un fucile spianato, o anche il timore della possibilità di ciò, può far retrocedere, anzi senz’altro fa retrocedere. Non dico in guerra, di fronte a un plotone nero. Mi pare perciò che sia proprio inutile, ormai, ch’io pensi ancora alla possibilità di lasciare qualche eterna parola).

Fonte: L’Unità

January 13th, 2012

Pablo Neruda, d’amore e di politica

Pablo Neruda non è mai stato dimenticato, anche negli anni più duri della dittatura di Pinochet. Al suo funerale, mentre ancora carceri e stadi traboccavano di detenuti, sfilarono tremila coraggiosi. A distanza di quasi quarant’anni il Partito comunista cileno ha chiesto la riesumazione del suo corpo per accertare con l’autopsia se a ucciderlo fu il cancro alla prostata con cui conviveva da qualche tempo o un’iniezione di veleno. Una richiesta che comunque non può aggiungere molto a quello che si sa: il Messico aveva inviato un aereo per portare in salvo il poeta, e proprio il giorno prima della partenza era avvenuto l’improvviso e imprevisto aggravamento che lo aveva stroncato in poche ore.

La giunta militare guidata da Pinochet (che oggi in Cile secondo il ministro dell’Educazione di Piñera non si dovrebbe più chiamare «dittatura») continuava a braccare i militanti della sinistra anche all’estero, uccidendoli a volte senza processo, e ha continuato a farlo per anni. Per Augusto Pinochet, Pablo Neruda era certamente un problema non facile. Il poeta era ammirato all’estero (nel 1971 aveva ottenuto il Premio Nobel per la letteratura), ma era soprattutto popolarissimo in patria, per i suoi versi e anche per i resoconti degli avventurosi viaggi giovanili, da Rangoon a Singapore a Batavia (Giacarta). In Estremo Oriente aveva cominciato prestissimo la sua carriera diplomatica, che si era poi spostata in Europa. Con brevi interruzioni dovute a governi ultraconservatori, era durata fino a poco prima della morte.

Pablo Neruda (che in realtà si chiamava Neftalí Ricardo Reyes Basoalto, e aveva scelto quello pseudonimo per le sue pubblicazioni già nel 1920, quando aveva solo sedici anni), aveva partecipato attivamente a molte campagne elettorali, ed era stato più volte eletto senatore. Nel 1938, dopo la vittoria del primo governo di Fronte popolare guidato da don Pedro Aguirre, era stato nominato console a Parigi con l’incarico di mettere in salvo il maggior numero di repubblicani spagnoli. Nel 1948 era stato destituito da senatore dal regime conservatore di Gabriel González Videla che aveva messo fuori legge il Partito comunista: Neruda era stato braccato per un anno e, prima che riuscisse la sua fuga in Argentina, in tutto il mondo era stato creduto morto. D’altra parte in molti Paesi, compresa l’Italia, aveva subito spesso molestie e vessazioni poliziesche. Nel 1970, quando fu eletto presidente Salvador Allende, era stato nominato ambasciatore nella sua amata Francia, e aveva così mantenuto intatta la sua popolarità, evitando di prendere posizione nella turbolenta vita interna della coalizione di Unidad Popular.

Logico quindi che già il giorno della sua morte si fossero diffusi sospetti su una possibile causa dolosa, accresciuti dalla barbara distruzione della sua casa e dal saccheggio dei cimeli raccolti in una vita di viaggi. L’autopsia, richiesta recentemente sull’onda di quella ottenuta per Salvador Allende (che ha confermato che si uccise per non cadere nelle mani dei militari), non è ancora conclusa, ma cambierà poco: non c’è dubbio che in Neruda la giunta militare vedesse non il poeta, ma un uomo che poteva diventare dal Messico un punto di riferimento credibile per la resistenza. In ogni caso era un simbolo di tutto quello che il golpe voleva distruggere.

 La popolarità di Pablo Neruda era indiscussa, ma la sua figura non era priva di contraddizioni. Le convinzioni politiche di Neruda hanno risentito fortemente del clima in cui si erano formate. Nella sua autobiografia, Confesso che ho vissuto, (edizione italiana SugarCo, 1979), dice che «anche se la tessera l’ho ricevuta molto più tardi in Cile, quando entrai ufficialmente nel partito, credo di essermi definito di fronte a me stesso come comunista durante la guerra di Spagna».

 La guerra di Spagna lo aveva sorpreso a Madrid, dove era arrivato in qualità di console, dopo esserlo stato anche a Barcellona. Subito dopo il Levantamiento di Franco, Neruda fu privato dell’incarico di console dal presidente Arturo Alessandri (un cognome che ritorna spesso nella storia del Cile). Anche come semplice cittadino, Neruda ebbe però subito un ruolo importante nella mobilitazione europea e delle Americhe in difesa del legittimo governo spagnolo. Ma mentre denunciava appassionatamente le atrocità franchiste, tanto più quando tra le vittime c’erano amici carissimi come Federico García Lorca o Miguel Hernández, la sua inesperienza politica lo portava a non vedere l’altro aspetto della guerra, la repressione di anarchici e trotskisti, veri o presunti, da parte degli uomini di Stalin.

Non era solo la sua ingenuità di neofita a determinare il rapporto ambiguo con lo stalinismo, ma la fedeltà cieca al Partito comunista cileno, che manterrà fino alla morte. Dice di aver avuto amici anarchici ma nelle sue memorie, finite pochi giorni prima della scomparsa, continua a ripetere le denigrazioni staliniane su di loro. E paradossalmente finisce per estendere le stesse accuse a tutta la tendenza guevarista in America Latina, sostenendo che mentre nel Partito comunista cileno, che era «di origine strettamente proletaria», erano difficili le infiltrazioni della Cia, le organizzazioni guerriglieriste «hanno spalancato le porte a ogni tipo di spia», inondando il continente di tesi che screditavano i vecchi gloriosi partiti. Salva soltanto la persona di Guevara, perché era stato colpito profondamente (tanto che ne parla più volte nelle sue memorie) dall’ammirazione per la sua poesia manifestata dal Che, che anche nell’ultima impresa boliviana si era portato nello zaino il suo Canto general . Neruda ha navigato senza problemi e senza dubbi nel mondo staliniano, al punto che di Stalin traccia (nel 1973!) un quadro abbastanza grottesco: il dittatore georgiano sarebbe stato un «uomo di principi e bonaccione, sobrio come un anacoreta, titanico difensore della rivoluzione russa».

 È poco noto invece un episodio che aveva molto turbato Neruda: nel 1966 un gruppo di intellettuali cubani, tra cui Roberto Fernández Retamar, raccolsero migliaia di firme anche in altri Paesi su un appello che denunciava il poeta cileno come complice dell’imperialismo per aver accettato un invito a tenere conferenze negli Stati Uniti. Senza tener conto che a New York Neruda parlava in difesa della rivoluzione cubana! Era un pretesto per attaccare indirettamente il suo partito, allora in polemica con quello cubano. Ma a Neruda non appare chiaro. Nelle sue memorie si consola dicendo che col tempo «ogni ombra è stata eliminata» e «tra i due partiti comunisti più importanti dell’America Latina esiste un’intesa chiara e un rapporto fraterno». Gli sfugge che l’intesa era stata resa possibile dalla svolta filosovietica di Cuba dopo la morte di Guevara. Insomma, un’ennesima conferma che a un poeta va chiesto solo di essere un buon poeta, senza pretendere che possa essere anche una guida politica.

 

Antonio Moscato
Fonte: Corriere della Sera

January 10th, 2012

Se la notizia diventa un fumetto

Inchieste sulla mafia, i misteri italiani, i campi rom. Il Che, Pasolini, Julian Assange. Il graphic novel diventatp l’ultima frontiera del racconto verità, anche nel nostro paese

(02 gennaio 2012)

Meglio la ruga di un testimone o l’arazzo della diplomazia? Annusare la polvere della strada o quella degli archivi? Dalla striscia di Gaza ai villaggi ucraini, dalla Reggio di Alceste Campanile alla Trapani di Mauro Rostagno, il reportage disegnato scava le sue trincee nel passato prossimo. Un tempo difficile da coniugare? Non per il graphic novel. Le sabbie mobili dei fatti recenti, insidiose per storici e saggisti, territorio di caccia di giornalisti e reporter, trovano esploratori irriducibili, pronti a riempire i taccuini di storie scritte e disegnate. Con il linguaggio sovversivo e popolare del fumetto e le regole ferree del graphic novel: solo storie autoconcluse ed eroi non seriali. Liberi dall’obbligo della notizia, gli autori di fumetti riescono a illuminare dettagli che un giornalista è costretto a scartare. E con l’immagine disegnata, evocativa e sintetica, ricostruiscono quello che non è possibile fotografare. Guardano a Cechov e a Erodoto piuttosto che all’ultimo vincitore del Pulitzer.

La sfida dell’autenticità

Per Igort, autore di due reportage disegnati sulla ex Unione Sovietica, “Quaderni russi” e “Quaderni ucraini” (Mondadori), la sfida è l’autenticità. “Senza concedermi il diritto d’invenzione, con il lettore ho stabilito un patto”, dice. “La mia è narrazione dal basso e sotto pelle: una violazione del pudore. Per “Quaderni russi” ho trascorso mesi nei luoghi che hanno visto vivere e morire Anna Politkovskaja. Sono entrato dove abitava, al numero 6 di Lesnaja Ulitsa, e nell’ascensore dove è stata uccisa il 7 ottobre 2006. Io stesso mi sentivo in pericolo. Nel naufragio dell’umanità l’obiettività del giornalista non basta”. Per Igort, il realismo non è un codice: “Come gli impressionisti uscivano dagli studi e cercavano en plein air la luce che volevano dipingere, ho deciso di entrare nelle storie che avevo bisogno di raccontare. Stiamo inventando una nuova grammatica”.

Se la presa diretta garantisce al graphic novel una temperatura di autenticità, la metafora animale assicura un distacco crudele e un moltiplicatore di senso. Totò Riina con le fattezze di un cinghiale, Caponnetto di un condor, Falcone gatto e Borsellino fox terrier, Dalla Chiesa bulldog e Nitto Santapaola pittbull, sono i protagonisti della visionaria fattoria degli animali di “Un fatto umano”, appena sbarcato in libreria per Einaudi, che racconta la mafia e la lotta dei magistrati per debellarla. Rubando il titolo alla celebre frase di Giovanni Falcone “la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani avrà una fine”, il graphic novel di Fabrizio Longo, Alessandro Parodi e Manfredi Giffone è costato sette anni tra ricerche e sceneggiatura, quattro per il disegno. Il soggetto è stato passato al vaglio del procuratore Ingroia. All’epoca dei fatti, gli autori avevano quattrordici anni: perché scavano nel passato? “Il passato prossimo si proietta nel presente”, risponde Giffone. “Dalla lupara al kalashnikov, al riciclaggio del denaro, la mafia si può sconfiggere solo conoscendola. Ai giovani stanno rubando il futuro, ma solo chi è capace di rileggere il passato, non si fa rubare il presente”. I pionieri del graphic novel, dunque, Will Eisner (”Il complotto. La storia segreta dei protocolli dei savi di Sion” che Umberto Eco ha definito “il “tragic book”") e Art Spiegelman (”Mouse”) scavalcati da nuovi protagonisti? La documentazione e il metodo della presa diretta travolgono le metafore narrative: conta solo la verità?

Target riflessivo e target identitario

Gli esperimenti si moltiplicano, la tessitura narrativa comincia ad avere maglie fitte. La formula conquista lettori: un piccolo boom editoriale. Mondadori oltre a Igort, conquista Joe Sacco, autore di reportage in presa diretta, “Gaza 1956. Note ai margini della storia” e “Palestina. Una nazione occupata”. La Rizzoli si aggiudica Marjane Satrapi con le sue storie iraniane e Joann Sfar con “Il gatto del rabbino”. La Rizzoli Lizard, Sarah Glidden con “Capire Israele in 60 giorni” e la Guanda Bernice Eisenstein con “Sono figlia dell’Olocausto”. La Coconino Fandango, che del graphic novel è l’apripista e il motore, allinea nel catalogo 250 volumi di autori come Gipi, José Muñoz, Manuele Fior, David B, Jiro Taniguchi, Daniel Clowes e Davide Toffolo. E con l’italo-americano David Mazzucchelli e il suo “Asterios Polyp”, un cult book sul fallimento dell’idea del progetto in architettura, fa incetta di premi: il Book Prize del “Los Angeles Times”, l’Eisner, l’Harvey, il Grand Prix di Angoulême e il Lucca Comix. L’ultima uscita della Coconino “Alain e i rom”, di Guibert, Keler e Lemercier, è un reportage sulla più vasta minoranza del continente europeo, i rom, il popolo che “sulla strada” passa tutta una vita. Con una vecchia Skoda il fotografo Keler li cerca dal Kosovo a Parigi a Lamezia Terme, nelle baraccopoli ai margini dei binari o in fuga da guerre. Fumetto e fotografia dialogano e si mescolano e, attraverso l’obiettivo, il fotografo ebreo e i rom s’incontrano e si riconoscono. “Ad Auschwitz i miei nonni e i nonni dei rom sono stati uccisi insieme, nello stesso modo”, racconta Keler, “ancora oggi la maggior parte dei rom è indesiderata”. La cronaca tocca da vicino i graphic novelist e in occasione dell’assalto al campo nomadi di Torino il coautore Guibert dichiara: “Non è un caso isolato, Keler racconta episodi simili accaduti nella Repubblica Céca: l’odio cresce nella crisi”. Alla ricerca delle radici del razzismo, la Coconino con “I Lomax” di Frantz Duchazeau, in libreria a febbraio 2012, racconta il viaggio iniziatico nel Sud degli Stati Uniti di due musicologi con il compito di documentare, per la Biblioteca del Congresso, la “musica del diavolo”: il blues. Dal Texas alla Cotton Belt, incontrano i protagonisti della musica nera, da Son House a Muddy Waters e Leadbelly. I Lomax cercano la musica ma scoprono la povertà, i soprusi, le violenze, l’intolleranza, il razzismo dell’America rurale della Grande Depressione.

Se il target riflessivo è premiato da alcuni editori, a puntare su quello identitario, è la casa editrice Becco Giallo. Da Che Guevara a Pasolini, passando per Carlo Giuliani e Julian Assange, i totem della rivolta e dell’alterità, dell’innovazione e della modernità, ci sono tutti: fino ad “Adriano Olivetti. Un secolo troppo presto”, un’intervista immaginaria all’imprenditore visionario che aveva assunto Fortini e Volponi. Stragi e misteri: da Piazza Fontana alla stazione di Bologna, da Viareggio a Ustica, dal sequestro Moro alla morte di Falcone. Una collana di cronaca nera intrecciata con la politica allinea la banda della Magliana e il massacro del Circeo; una di cronaca nerissima, il mostro di Firenze e Unabomber. Il reportage disegnato non è sempre “tragic book”. In “Cronache Birmane”, “Shenzhen” e “Pyongyang”, per Fusi Orari, Guy Delisle racconta, con tono più leggero, una megalopoli della Cina meridionale, la capitale della Corea del Nord e la Birmania. Per il Saggiatore esce “Il suono di una sola mano” il libro autobiografico di Marianna Rostagno sul padre Mauro, fondatore di Lotta Continua e vittima di un agguato mafioso (prefazione di Michele Serra). Ed era uscito prima “Mauro Rostagno, prove tecniche per un mondo migliore” per il Becco Giallo, con prefazione di Adriano Sofri e postfazione di Benedetta Tobagi.

Anche i giornalisti disegnano

Dei suoi reportage metafisici a fumetti, il pioniere italiano del genere, Dino Buzzati, nel ‘68 affermava: ” Che dipinga o scriva, perseguo il medesimo scopo: raccontare delle storie”. Joe Sacco (quello della Palestina) lavora sul campo, intervista, fotografa, realizza centinaia di disegni e si aggiudica l’American Book Award. Ted Rall, lavora a un’inchiesta durata dieci anni in Cina, Russia, Georgia, in “Stan Trek” (Becco Giallo) e arriva in finale per il Pulitzer. E due giornalisti Alberto Guarnieri ed Emilio Laguardia, in “1975. Un delitto emiliano” (Odoya), con un reportage disegnato ricostruiscono la fine di Alceste Campanile, un ragazzo di Reggio Emilia che dall’Msi ribalta il confine diventando militante di Lotta Continua. E lo paga con la vita.

La fabbrica del passato prossimo
In “No Pasaran” (Rizzoli Lizard), Vittorio Giardino per il suo “avventuriero riluttante” Max Fridman, sceglie la guerra di Spagna. “Preferisco un passato più distante: voglio fare letteratura, non giornalismo”, precisa. “Un fumetto su Ustica? Non ne so abbastanza. La verità viene fuori solo molti anni dopo”. Ecco, c’è chi la verità la vive nel riflesso di un alter ego di carta come Giardino e chi vuole testimoniarla in prima persona come Igort. Il Corto Maltese di Hugo Pratt e il Max Fridman di Giardino vivono storie inventate, ma verosimili. Meglio allora il vecchio fumetto o l’innovativo graphic novel? E’ come chiedersi se è meglio la nutella o la cioccolata.

Fonte: L’Espresso
January 9th, 2012

Anche il Nobel scrive per i piccoli

Si può leggere un Premio Nobel a otto anni? E un Premio Strega a quattro? Sì, grandi scrittori e piccoli lettori vanno d’accordo: José Saramago, Tiziano Scarpa e David Grossman tra le novità d’autore. Lo scrittore israeliano— habituè del genere e inventore del sottogenere «Bagnetto-con-papà» (un suo leitmotiv) — si moltiplica sugli scaffali tra riedizioni e nuovi formati: Storie per una buonanotte (Mondadori, dai 6 anni) sono due racconti per «piccoli viaggiatori», illustrati da Katja Gehrmann e Giulia Orecchia, mentre Le avventure di Itamar (Emonsaudiolibri, dai 4) hanno la voce di Pierfrancesco Favino: splendida quella del bambino che diventa una lettera da spedire; indimenticabile il vocione di Favino-papà leone.

Il più grande fiore del mondo di José Saramago, uscito nel 2005 per Fanucci, riproposto ora da Feltrinelli Kids (tradotto da Rita Desti) è, per definizione (dell’autore), una «storia bellissima». Un’operazione metanarrativa, alla Borges, dove testo e immagini (ottimo il lavoro della matita internazionale Emiliano Ponzi) sono complici in un gioco poetico e un po’ surrealista. Il Ceci n’est pas une pipe di Magritte, vale il «mi dispiace tanto di non saper scrivere storie per ragazzi» di Saramago, che arriva, per fortuna, quando il racconto è già scritto. Nello spiazzante Il mio amico spaventoso (Gallucci, dai 4 anni), illustrato da Maria Gianola, Tiziano Scarpa mette un lupo che ha paura del lupo (e di un sacco di altre cose). Un inno, sussurrato, al rispetto delle paure («tratta con delicatezza/ chi sta nell’insicurezza») e una metafora del mestiere di scrivere e del piacere di leggere (preso in modo «affettuoso e affabile» il babylettore «tornerà a trovarti/ curioso di ascoltarti»).

Debutto illustre, quest’anno, nella narrativa per ragazzi anche per il big John Grisham, «diventato papà» di Theodore Boone, un teenager che si veste da avvocato per risolvere misteri (due i titoli usciti per Mondadori). Infine, le storie per over teen di autori italiani non per ragazzi sposano l’attualità: Paola Capriolo in Io come te racconta di uno studente che si mette nei panni (fuor di metafora) di un immigrato venditore di rose. Il libro è uscito per le Edizioni EL, che nella apprezzata collana «Frontiere», oggi sostituita da «Young», annovera Lucarelli (con Febbre gialla di prossima ripubblicazione), Carlotto e Simona Vinci con avventure a misura di lettori young adult.

Severino Colombo

Fonte: Corriere della Sera

January 4th, 2012

auguri!

Vi auguro sogni a non finire
e la voglia furiosa di realizzarne qualcuno.
Vi auguro di amare quel che va amato
e dimenticare quel che va dimenticato.

 

 

Vi auguro passioni.

 

 

Vi auguro silenzi.

 

 

Vi auguro canti di uccelli al risveglio
e risate di bambini.

 

 

Vi auguro di resistere all’arenamento,
all’indifferenza,
alle virtù negative della nostra epoca.

 

 

Soprattutto, vi auguro di essere voi stessi.

 

 

Jacques  Brel

January 1st, 2012

Quaranta libri salva-Natale (prima parte)

Natale si avvicina e online e sui giornali cartacei imperversano classifiche e selezioni di libri da regalare. Anche Saturno ha preparato la sua selezione. Abbiamo chiesto a dieci dei nostri collaboratori di offrire ai nostri lettori i loro suggerimenti. Per stilare la “classifica” un solo criterio: scelte rigorosamente low cost. Un libro sotto ai dieci euro e uno tra i 10 e i 20 euro. (Nella seconda parte i consigli della redazione).

Guardate un po’ che cosa è venuto fuori.

GIOVANNI PACCHIANO
Solitudine irlandese

Fino a 10 euro
L’eleganza e la lievità della scrittura di questi sette magnifici racconti della Brennan (1917-1993), irlandese trapiantata negli Stati Uniti, dalla vita turbinosa come un romanzo, nascondono la compassione. Per donne irlandesi, alcune inermi di fronte alla vita, altre mansuete, deluse, sole anche nel matrimonio. Ma il senso di dolorosa estraneità al grigiore del mondo che trapela dalle pagine e che vorrebbe un riscatto quasi sempre impossibile, che si affanna alla ricerca di oggetti di salvezza, non risponde soltanto a una vocazione profonda dell’autrice: alle spalle intuiamo la lezione, benissimo appresa, del più grande irlandese, il Joyce dei Dublinesi.
Maeve Brennan, La sposa irlandese, Bur, pagg. 156,  euro 9,00

Tra 11 e 20 euro
L’orrenda società di oggi ha perso il senso della compassione: che è invece il perno degli otto racconti della Breznik, psichiatra austriaca che vive e lavora in Svizzera. Un piccolo-grande libro: ci racconta, con la tecnica del dettaglio (sentimenti, gesti, oggetti), della solitudine dell’uomo nel momento topico in cui la malattia è presagio di qualcosa che sta per accadere. E dello smarrimento di chi, dal di fuori (tra le righe affiora malinconico l’autoritratto della scrittrice), osserva e partecipa, ma sconta la sua impotenza a cambiare un destino. Il racconto perfetto, fulminante, è « Il tuo nome », storia di una profonda amicizia fra giovani donne e di un cocente rimorso.
Melitta Breznik, La casa, Ibis, pagg. 116, euro 14, 00

CARLOTTA VISSANI
Gli eredi di Gatsby

Fino a 10 euro
Musica come cibo per l’anima. Hornby ha promesso eterno amore al pop e al rock e non si tradisce. Senza la musica a ispirarlo non avrebbe sfondato come scrittore. Nel 2003 rende omaggio alle sue 31 canzoni preferite: da Santana a Dylan, da Stewart a Wainwright. Ordinate cronologicamente aprono sipari su ricordi, chicche di vita privata e famigliare, scelte sbagliate, accadimenti dolorosi, percorsi di formazione, lampi di gioia inattesa. Le tracce accompagnano e scandiscono lo scorrere degli anni e degli eventi tra UK e USA. Nuovamente riproposto in edizione economica andrebbe sfogliato con relativa colonna sonora, canticchiando. Un percorso di contaminazione artistica brillante e mai scontato.
Nick Hornby, 31 canzoni, Guanda, pagg. 169, euro 9, 50

Tra 11 e 20 euro
Manhattan, fine anni ’ 30, capolinea di un decennio segnato dalla Depressione, un « rantolo collettivo seguito da una quiete che cadde sulla città come neve ». Per quelli che possono la vita è ancora cocktail e chiacchiere, mood sofisticato, voglia di realizzazione. Per arrivare bisogna però avere le conoscenze, inserirsi tra la gente che conta richiede tempismo e fortuna. Towles è abile–ilparagoneconFitzgeraldeCapotereggebene–ariproporre quelle atmosfere con taglio cinematografico. Si serve di una protagonista femminile, Katey, colta e ambiziosa e di un ricco banchiere che la farà svoltare. Lo spettro della guerra incombe ma la buona società ha ancora molto da offrire.
Amor Towles, La buona società, Neri Pozza, pagg. 400, euro 17, 50

SILVIA DAI PRA’
Christos come Yehoshua

Fino a 10 euro
Un libriccino leggerissimo che alterna le voci due regine della comicità italiana, Luciana Littizzetto e Franca Valeri impegnate a confrontarsi sulla loro educazione, sui loro rapporti con uomini, sulla loro vita – vite tanto diverse, visto che tra le due scorrono più di quarant’anni di differenza. Tra la Valeri che ricorda la sua educazione borghese negli anni Trenta e la Littizzetto che passa al microscopio la sua famiglia d’origine e quella attuale, il libro scorre via, qualche pagina inconsistente, ma anche con tante battute fulminanti diversi ricordi preziosi.
Luciana Littizzetto, Franca Valeri, L’educazione delle fanciulle, Einaudi, pagg. 105, 10,00

Tra 11 e 20 euro
A mio parere, Lo schiaffo di Christos Tsiolkas è romanzo più coinvolgente uscito nel 2011: una centrifuga di ossessioni e risentimenti che ruotano attorno alla figura di Hugo, bambino viziato insopportabile, e Harry, rozzo imprenditore di origine greca, reo di avere colpito il pargolo con uno schiaffo durante una festicciola a Melbourne, gesto che i genitori di Hugo – una donna ossessionata dal figlio e sedicente artista sempre ubriaco – sono decisi a sanzionare con un processo. Questo pretesto dà origine a un’esplosione di rancori (tra australiani doc e immigrati di seconda generazione, tra mariti, mogli, ami che, adolescenti e genitori) e a un’impeccabile macchina romanzesca capace di alternare una decina di punti di vista diversi e di ricordare, con uno stile più crudo e diretto, lo Yehoshua dello splendido “Un divorzio tardivo”.
Christos Tsiolkas, Lo schiaffo, Neri Pozza, pagg. 496, euro 18,00

NICOLA GARDINI
A lezione da Zadie Smith

Fino a 10 euro
Zadie Smith, in “Perché scrivere”, risponde al grande interrogativo che lo scrittore di oggi non può non porsi di fronte alla crescente minorità della sua funzione sociale. La risposta di Zadie è, deo gratias, morale. Scrivo perché ho un’idea di mondo, e la devo comunicare, e comunicandola espongo la mia vita; faccio, volente o nolente, autobiografia. Oh, meno male che queste cose – che sono poi un richiamo alla responsabilità del punto di vista soggettivo (al diavolo quelli che danno sempre tutti i meriti e le colpe all’indipendenza della scrittura) – le dice una donna giovane, e pure mezza giamaicana. Nel nome, poi, di Kafka, Pope, V. Woolf! (Che sta succedendo al postcolonial?).
Zadie Smith, Perché scrivere, minimum fax, pagg. 75, euro 5, 90

Tra 11 e 20 euro
I diari sono miracoli. Lì, nello scrivere giorno per giorno, fuori di qualunque trama preconcetta, continuando e ricominciando sempre, la fantasia dell’uomo fa letteratura senza volere; costruisce senza piano, ma costruisce. Nel diario più che altrove arte e vita si confondono. Gianni Celati, che conosce il valore dei diari, ci regala quelli che ha tenuto in Africa tra il 2003 e il 2006 (Passar la vita a Diol Kadd): quattro anni di esperienze in un villaggio del Senegal, tra persone molto diverse ma anche, nei loro riti antichi ed essenziali, stranamente vicine al mondo contadino che l’autore conobbe nell’Emilia della sua li infanzia. Il libro è accompagnato dal Dvd del bel documentario che Celati ha girato in quel periodo. Sua la voce narrante.
Gianni Celati, Passar la vita a Diol Kadd, Feltrinelli, pagg. 145 + Dvd, 19, 00

ANDREA SCANZI
L’alveare sotto inchiesta

Fino a 10 euro
Bluma Lennon, docente argentina, viene investita mentre sta leggendo una poesia di Emily Dickinson. Prima di morire, riceve un pacco. Dentro c’è una copia di Linea d’ombra di Conrad, impastata da frammenti di cemento. Il collega che la sostituisce, Io narrante, si incuriosisce e cerca di capire. Chi lo ha spedito? Quale storia si cela dietro quel libro stropicciato? Un po ’ Buzzati, un po ’ Calvino e molto Borges. Viaggio di formazione metaletterario, road book tra Buenos Aires e Montevideo, con digressioni e citazioni, allegorie e profezie, equivoci e avventura. E una convinzione di fondo: i libri cambiano il destino delle persone.
Carlos Maria Dominguez, La casa di carta, Sellerio, pagg. 85, euro 10,00

Tra 11 e 20 euro
«Immagina un alveare». Che impone mercato, metodi, regole. Quell’ alveare è la ‘ndrangheta. Al nord. « Arriva e tu manco te ne accorgi, ma se c’è il terreno giusto già s’è mangiato mezza terra tua ». Giuseppe Catozzella ha 35 anni. È nato e vive a Milano. Conosce Roberto Saviano, a cui è stato accostato. Del suo libro non ha parlato quasi nessuno. Lui fa educatamente notare come prima di scriverlo firmava su “L’Espresso”. E poi no. Recentemente è stato intervistato a Le iene (almeno loro). Il suo Alveare è un po ’ inchiesta e un po ’ romanzo. Racconta la quotidianità della malavita., Una carrellata di esperienze da insider disilluso. Asciutto, senza ammicchi. Vero.
Giuseppe Catozzella, Alveare, Rizzoli, pagg. 242, euro 17, 50

MAURO NOVELLI
Giorgio nella nebbia

Fino a 10 euro
Una disoccupata obesa e il suo ragazzo, disturbati dalla cagna di lei nel capannone industriale dove si sono infrattati, in una domenica senza senso. La rabbia, una sbarra di metallo, il cellulare puntato sui guaiti che si spengono. Falco torna nell’immaginaria, verissima Cortesforza per raccontare una storia violenza e solitudine, scavata nelle rughe di un hinterland desolante, in mezzo alla brughiera. Una storia estirpata dalla cronaca locale e restituita senza moralismi, senza risentimento, con maniera rigorosa e lo sguardo impassibile di un Edward Hopper lombardo. Altro bel colpo della collana « Zoo – Scritture animali », diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini.
Giorgio Falco, La compagnia del corpo,: duepunti, pagg. 96, 6, 00

Tra 11 e 20 euro
Okay piccola, ora chiudi il becco e ascoltami. Conosci Scerbanenco? No? Be’, non fa nulla. Prendi quella cornetta di bachelite e chiama Chandler. Digli che Roberto Pirani ha scovato venti pezzi del tizio che sa, quello col cognome strano. Roba d’annata, tra il 1936 e il 1948. Nessuno sospettava niente. Dentro c’è di tutto, dai g-men alla science-fiction. Chiaro? Ah: se chiede cos’è il Naviglio digli nebbia, se ti chiede della nebbia digli di un notaio annegato, due fratelli, una cascina. Hai mai mischiato neorealismo e hard-boiled? Giusto per darti un’idea, occhio: brucia. E quando hai fatto, piccola, tiriamo fuori quel dannato abete natalizio.
Giorgio Scerbanenco, Nebbia sul Naviglio e altri racconti gialli e neri, Sellerio, pagg. 207, 13, 00

GLORIA ORIGGI
Bella vita da cani

Fino a 10 euro
“Amore, la mia barca fa rotta su altri segni. / Venti che a te vieto gonfiano le mie vele”. Chissà quali segni, quali venti, portarono Celan lontano da tutti, fino a gettarsi nelle acque della Senna il 20 aprile del 1970. Come dice Andrea Zanzotto, nel saggio che accompagna la preziosa raccolta di poesie di Paul Celan, pubblicata da Nottetempo, non si può non fare i conti con questo poeta senza patria, senza lingua, che viaggiò dalla sua Bukovina natale, in Bulgaria, poi a Vienna, per stabilirsi infine a Parigi. Anima dell’Europa spazzata via dal nazismo, Celan riesce a dare voce alla poesia tedesca dopo Auschwitz, scegliendo proprio l’idioma fatale per cantare le ceneri del suo mondo scomparso.
Paul Celan, Poesie sparse pubblicate in vita, Nottetempo, pagg. 160, euro 8, 00

Tra 11 e 20 euro
Cuore di cane, Baldo osserva con pazienza le complicate relazioni dei suoi padroni, Uomo e Donna. Con la dolcezza e la rassegnazione degli esseri muti, che non sono sottoposti ai grovigli del linguaggio, Baldo accetta, vive la sua vita da cane e ama senza chiedere. La bellezza di questo libretto di Franco Marcoaldi, poeta più che scrittore, è nella poesia dello sguardo del cane narratore sul mondo umano e naturale: le corse nei prati, la fame, i gatti. Benché sia Baldo a raccontare la storia, Marcoaldi riesce miracolosamente a non umanizzarlo, a lasciargli la sua voce animale, dimessa e fatta solo di profonda empatia. Padroni e amanti di cani capiranno all’istante la voce saggia e silenziosa di Baldo.
Franco Marcoaldi, Baldo, Einaudi, pagg. 136, euro 13, 00

LUCIA CECI
Nostalgia dell’anarchico

Fino a 10 euro
Un tema classico, il tradimento, indagato in modo magistrale. È la storia di Irene, bella moglie di un affermato penalista viennese, e dell’avvicendarsi dei suoi stati d’animo. A partire dal momento in cui inizia a essere ricattata da una donna per la sua relazione con un giovane pianista bohémien. Zweig costruisce un thriller psicologico mettendo a nudo le molte sfumature dell’infedeltà femminile: la noia per la felicità ben temperata di una vita borghese, l’ebbrezza di non essere solo una donna perbene, il desiderio di espiazione, il dubbio, la paura. Sino allo showdown finale, dal sapore forse un po ’ moralista. Tensione e poesia che nel 1954 ispirarono a Roberto Rossellini il film La paura, l’ultimo girato con la Bergman. Perché la novella di Zweig, Angst, è del 1920.
Stefan Zweig, Paura (traduzione di A. Vigliani), Adelphi, pagg. 113, euro 10, 00

Tra 11 e 20 euro
« Siamo arrivati alla stazione. Verso sera. Nella Rambla suonavano e alla radio in continuazione davano notizie dal fronte. Ho pensato che c’era troppo ordine in Spagna. Vuol dire che la rivoluzione non era andata alle radici del male ». Era il 9 agosto del 1936. E lui, Umberto Tommasini, l’anarchico triestino che va a combattere in Spagna contro i franchisti e si ritrova a vedersela con i comunisti. Ma questo è solo un passaggio in un’autobiografia che di lotte ne attraversa assai. Anzitutto contro il fascismo. Il fabbro anarchico fa propaganda, organizza attentati che gli costano una decina d’anni tra confino, esilio e prigione. Poi, a guerra finita, contro il nazionalismo italiano e jugoslavo, il clericalismo, il militarismo. Nostalgia e rabbia. Per ciò che è stato. E per ciò che non è stato. Il fabbro anarchico.
Umberto Tommasini, Autobiografia tra Trieste e Barcellona (introduzione e cura di C. Venza, elaborazione e trascrizione di C. Germani), Odradek, pagg. 236, euro 18, 00

FRANCA D’AGOSTINI
Gesù, che Shaw!

Fino a 10 euro
Per affrontare l’ansia e lo sconcerto di un Natale di crisi non c’è niente di meglio del Gesù politico di George Bernard Shaw. Sia fatta la Sua volontà è un testo fondamentale, purtroppo per lo più ignorato (è la prima traduzione italiana). Da duemila anni se ne parla, si contano gli anni a partire dalla Sua nascita, la storia è tutta attraversata (e a volte insanguinata) dal Suo nome, eppure, non abbiamo ancora incominciato a fare quel che chiedeva: « Rovesciare i potenti dai troni, innalzare gli umili, ricolmare di beni gli affamati, rimandare a mani vuote i ricchi » e soprattutto: « Misericordia, non sacrificio ». Un programma politico-economico molto chiaro.
George Bernard Shaw, Sia fatta la Sua volontà, Chiarelettere, pagg. 152, euro 7, 00

Tra 11 e 20 euro
Socrate pensava che la filosofia fosse la medicina (amara, ma salutare) della vita pubblica. Oggi molti sono tornati a pensarlo: lontana e bizzarra sembra l’epoca in cui Richard Rorty dichiarava « la filosofia è un danno per la democrazia » e c’era chi lo prendeva sul serio. È ovvio che il danno sta in tutt’altro. Ma posto che Socrate avesse ragione, che cosa è la filosofia? Vecchia questione su cui i filosofi stessi a volte danno risposte arzigogolate e confuse. Non è il caso della Prima lezione di filosofia di Roberto Casati: un libro “per tutti”, ma anche per i filosofi, che volentieri dimenticano le ragioni della loro disciplina. Se avete qualche amico filosofo, se non l’ha ancora, non esitate a regalarglielo: lo apprezzerà divertendosi, e se non lo apprezza, significa che ne ha bisogno.
Roberto Casati, Prima lezione di filosofia, Laterza, pagg. 203, 12, 00

RAFFAELE LIUCCI
Perdersi con Augé

Fino a 10 euro
Il mondo visto dal marciapiede di un’opulenta città occidentale. Quali pensieri frullano nella testa di un “barbone”? Era un uomo come tanti, con una moglie e un buon lavoro. Ma poi perde quasi tutto, riducendosi a vivere nella sua vecchia Mercedes (unico lusso rimastogli). Aveva sempre sognato una fuga catartica, per scrollarsi di dosso i demoni della routine; però, quando si trova davvero on the road, + aggredito da una “solitudine sconvolgente e straziante”. Una spietata metafora della nostra esistenza liquida e precaria, firmata da un grande antropologo, che inaugura qui un nuovo genere: l”etnofiction”. Dopo il default, saremo capaci d’essere tutti più poveri e umani?
Marc Augé, Diario di un senza fissa dimora, Raffaello Cortina, pagg. 132, euro 9, 50

Tra 11 e 20 euro
Un medioevo gelido, notturno, terrigno, segnato dagli stenti e dalle malattie, ma riscaldato dalla fiaccola della fede. Un libro che compendia, con felice piglio narrativo, decine di decenni di studi. Chiara e Francesco d’Assisi seguirono un richiamo inflessibile: parlare con Dio in solitudine e povertà, e, nello stesso tempo, battersi per la salvezza dell’uomo. Una forma vitae troppo radicale per non essere avversata e poi normalizzata dalla Chiesa. Ma ancor oggi le biografie dei due santi, sfrondate di ogni orpello agiografico, restituiscono una lezione di stile, rigore e sobrietà. Con gran scorno dei porporati panciuti e gaglioffi che spadroneggiano nei consunti palazzi romani.
Chiara Frugoni, Storia di Chiara e Francesco, Einaudi, pagg. 200, euro 18,00

continua…

Fonte: L’Unità

December 19th, 2011

Vonnegut: libertà e una legge

Questo testo è pubblicato sul numero in edicola della rivista Satisfaction.

Potrebbe darsi che la cosa più straordinaria dei membri della mia generazione letteraria, in retrospettiva, sia che ci è stato permesso di dire assolutamente qualunque cosa senza paura di castigo. I nostri eredi potranno trovare incredibile, come molti stranieri fanno già ora, che una nazione volesse adottare come legge qualcosa che suona più come un sogno, che dice quanto segue: «Il Congresso non promulgherà leggi che favoriscano qualsiasi religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti».

Come poteva una nazione con una tale legge crescere i suoi bambini in un’atmosfera di decoro? Non poteva – non può. Così la legge sarà sicuramente presto abrogata per amore dei bambini.

E già adesso i miei libri, assieme ai libri di Bernard Malamud e James Dickey e Joseph Heller e molti altri patrioti di prima classe, sono regolarmente gettati via dalle biblioteche delle scuole da membri dei consigli scolastici, che dichiarano usualmente di non aver in realtà letto i libri, ma che sanno da fonti sicure che quei libri sono dannosi per i bambini.

* * *

Il mio romanzo Mattatoio n.5 fu bruciato davvero in una caldaia dal bidello di una scuola a Drake, North Dakota, su disposizione della commissione scolastica del posto, e il consiglio di istituto fece delle dichiarazioni pubbliche sulla immoralità del libro. Anche per gli standard della Regina Vittoria, l’unica frase ingiuriosa dell’intero romanzo è questa: «Via dalla strada, stupido bastardo!».
Questo viene detto da un artigliere controcarro americano a un assistente cappellano disarmato durante la battaglia delle Ardenne in Europa nel dicembre 1944, la più grande singola sconfitta delle armi americane (Stati Confederati esclusi) nella storia. L’assistente cappellano aveva attirato il fuoco nemico. Così il 16 novembre 1973, scrissi come segue a Charles McCarthy di Drake, North Dakota:

Caro Sig. McCarthy, Le sto scrivendo data la sua qualifica di presidente del consiglio della Drake School. Sono fra quegli scrittori americani i cui libri sono stati distrutti nella ormai famigerata caldaia della sua scuola. Alcuni membri della sua comunità hanno suggerito che la mia opera sia malvagia. Questo è per me straordinariamente offensivo. Le notizie da Drake mostrano secondo me che i libri e gli scrittori sono molto irreali per voi. Vi sto scrivendo questa lettera per farvi sapere quanto io sia reale. Voglio farle sapere, inoltre, che il mio editore e io non abbiamo fatto assolutamente nulla per sfruttare le disgustose notizie provenienti da Drake. Non ci stiamo dando vicendevolmente pacche sulle spalle, esultando per tutti i libri che venderemo a causa delle notizie. Abbiamo rifiutato di andare in televisione, non abbiamo scritto alcuna vibrante lettera ai giornali, non abbiamo concesso prolisse interviste. Siamo rabbiosi e disgustati e rattristati. E nessuna copia di questa lettera è stata inviata a qualcun altro. Lei tiene la sola copia nelle sue mani. È una lettera strettamente privata da me alla gente di Drake, che ha fatto così tanto per danneggiare la mia reputazione agli occhi dei propri figli e quindi agli occhi del mondo. Ha il coraggio e il comune pudore di mostrare questa lettera alla gente, o sarà, anch’essa, consegnata alle fiamme della sua caldaia? Apprendo da quello che leggo sui giornali e sento alla televisione che lei immagina me, e anche qualche altro scrittore, come fossimo una sorta di figure simili a topi che godono nel far soldi avvelenando le menti dei giovani. Io sono in realtà una persona robusta e forte, cinquantunenne, che fece un sacco di lavoro nei campi da ragazzino, che è bravo con gli attrezzi da lavoro. Ho cresciuto sei figli, tre miei e tre adottati. Tutti sono cresciuti bene. Due di essi sono agricoltori. Io sono un veterano di fanteria combattente, e sono insignito della Purple Heart (distintivo concesso per ferite in azione). Ho guadagnato ogni cosa che possiedo con duro lavoro. Non sono mai stato arrestato o querelato per alcunché. Si ha così tanta fiducia in me con i giovani e dai giovani che ho prestato servizio nelle università dell’Iowa, Harvard, e del City College di New York. Ogni anno ricevo almeno una dozzina di inviti ad essere l’oratore che tiene il discorso di inizio anno in college e licei. I miei libri sono probabilmente i più diffusi nelle scuole rispetto a quelli di qualunque altro romanziere americano vivente. Se lei provasse a leggere i miei libri, a comportarsi come fanno le persone istruite, lei imparerebbe che i miei libri non sono pruriginosi, e non argomentano a favore di alcun tipo di sregolatezza. Essi chiedono che la gente sia più gentile e più responsabile di come spesso è. È vero che alcuni dei personaggi parlano volgarmente. Ciò è perché la gente parla volgarmente nella vita reale. Specialmente i soldati e i lavoratori manuali parlano volgarmente, e anche i nostri figli più protetti lo sanno. E sappiamo tutti, anche, che quelle parole non fanno davvero molto male ai bambini. Non ci fecero male quando eravamo giovani. Furono cattive azioni e menzogne a ferirci. Dopo che ho detto tutto questo, in realtà sono sicuro che lei sarà ancora pronto a rispondere «Sì, sì – ma resta pur sempre nostro diritto e nostra responsabilità decidere quali libri i nostri figli leggeranno nella nostra comunità

È sicuramente così. Ma è anche vero che se lei esercita questo diritto adempiendo questa responsabilità in maniera ignorante, insensibile, non-americana, allora la gente è autorizzata a chiamarvi cattivi cittadini e stupidi. Anche i vostri stessi figli sono autorizzati a chiamarvi così.

Leggo sul giornale che la vostra comunità è sorpresa dallo scalpore di tutta la nazione per quello che avete fatto. Bene, avete scoperto che Drake è parte della civiltà americana e che i vostri compatrioti americani non possono tollerare che vi siate comportati in una maniera così incivile. Forse imparerete da ciò che i libri sono sacri per gli uomini liberi per ragioni molto valide, e che sono state combattute guerre contro nazioni che odiavano i libri e li bruciavano. Se lei è un americano, deve permettere a tutte le idee di circolare liberamente nella vostra comunità, non le vostre soltanto. Se lei e il suo consiglio siete ora determinati a mostrare che veramente avete saggezza e maturità quando esercitate i vostri poteri sull’educazione dei vostri giovani, allora dovrete riconoscere che è una lezione miserevole quella che avete insegnato a dei giovani in una società libera quando condannate e poi bruciate libri?– libri che non avete neanche letto. Dovete anche decidervi a mettere a contatto i vostri figli a ogni sorta di opinioni e informazioni, in modo che siano meglio attrezzati a prendere delle decisioni e a sopravvivere. Nuovamente: voi mi avete insultato, e io sono un bravo cittadino, e sono molto reale.

Da Il primo emendamento di K. Vonnegut, dalla raccolta di racconti e saggi Palm Sunday, 1981
Traduzione di Andrea Lombardi e Raffaello Bisso

Fonte: L’Unità

December 18th, 2011